Quando all’alba dell’1 febbraio le forze armate del Myanmar hanno rovesciato il governo civile della Lega nazionale per la democrazia, la promessa del generale golpista Min Aung Hlaing è stata chiara: questa volta sarebbe stato «diverso» dalle giunte militari che per oltre mezzo secolo hanno spadroneggiato nel paese dell’Asia sud-orientale. Invece, a tre mesi dal colpo di Stato, sappiamo che la strategia del terrore usata dal Tatmadaw è stata la stessa di sempre in Birmania.

Dopo oltre tredici settimane di scioperi e manifestazioni quotidiane in tutto il Paese – dalla capitale commerciale Yangon fino ai villaggi etnici alle pendici dell’Himalaya – il bilancio delle vittime della brutale repressione delle forze armate si avvicina agli 800 morti, mentre in migliaia languono nelle tristemente famigerate carceri del Myanmar: non solo i volti più noti del partito di Aung San Suu Kyi e attivisti politici, ma anche giornalisti, esponenti della società civile, artisti che avevano osato criticare la presa del potere dei militari. Online circolano i video che testimoniano la cieca violenza delle forze di sicurezza – personale medico picchiato selvaggiamente per aver tentato di assistere i feriti, colpi di armi da fuoco esplosi contro le finestre delle case, pestaggi indiscriminati per le strade – mentre i cadaveri di alcuni attivisti sono stati restituiti alle famiglie una manciata di ore dopo l’arresto lividi per le torture.

Al di là delle speculazioni su cosa abbia spinto Min Aung Hlaing a mettere in atto il golpe – Brama di potere? Timori che i privilegi delle forze armate fossero ridimensionati? Un disperato tentativo di salvare la faccia? – quel che è sicuro è che il Tatmadaw non aveva previsto una risposta così massiccia e determinata di ogni settore della società birmana contro la brusca fine dell’ultimo decennio di transizione verso la democrazia. Certo, è fin dai giorni del colonialismo britannico e dell’occupazione giapponese che il Paese ha conosciuto movimenti di resistenza guidati dagli studenti. Poi ancora nell’estate del 1988 le strade delle principali città birmane tornarono a riempirsi di manifestanti pro-democrazia che furono presto falciati dalle armi automatiche dei soldati che aprirono il fuoco sulle proteste: almeno 3mila le vittime, migliaia di attivisti della «Generazione 88» costretti a lasciare il Paese, mentre lì nacque il mito di…


L’articolo prosegue su Left del 30 aprile – 6 maggio 2021

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