Aldo Rossi è stato uno degli architetti italiani di maggiore influenza internazionale. La sua opera oggi può essere ripercorsa attraverso una ricchissima collezione di documenti, di plastici, di disegni al MAXXI di Roma. Ma quali sono le ragioni di così tanto successo? Innanzitutto il fatto che Rossi costruisce una via di uscita alla crisi che viveva la città della ricostruzione postbellica con periferie senza immagine e senza qualità se paragonate alla città storica.

Rossi sin dal titolo di un suo libro del 1966 – L’architettura della città – pone con chiarezza il problema. La crisi della città è causata dal «funzionalismo ingenuo», come lo definisce. Imposizioni di standard e dettami come la separazione dei traffici o l’autonomia dei fabbricati dal disegno delle strade creavano anonimi e ripetitivi complessi che non determinavano alcun significativo valore urbano.
Per Rossi invece ogni architettura deve essere prefigurazione di un fatto urbano, la città costituisce l’orizzonte e il destino dell’architettura e della sua forma. Le conseguenze che derivano sono fortissime.

La memoria di forme lontane e archetipe diventano alimento di questo nuovo immaginario urbano. «Nella mia infanzia disegnavo per lungo tempo delle caffettiere e delle bottiglie. Queste forme geometriche e fantastiche hanno riassunto per molto tempo il mio (senso) della bellezza. In esso ho previsto cupole, torri, minareti e altre costruzioni».
Riacquistata centralità alla forma, il secondo punto sviluppato da Rossi è la riproposizione della coppia di termini morfologia e tipologia. Rossi crea nuovamente un disegno di strade e piazze, all’interno del quale cala i tipi edilizi che derivano da una riproposizione dell’edilizia ottocentesca come le case a corte. L’approccio è esattamente opposto di quello propugnato dai Congressi internazionali di architettura moderna (Ciam) e dal manifesto La città di Atene ispirato da Le Corbusier e che effettivamente formulò le regole della ricostruzione post-bellica.

Ma le argomentazioni di Rossi non sarebbero sufficienti senza un vero e proprio elemento catalizzante che naturalmente è di natura formale e che per Rossi si trova nella riscoperta e nell’influenza fortissima della metafisica di Giorgio De Chirico sulla sua architettura.
Anzi, se si volesse fare il percorso inverso, si potrebbe sostenere che l’astrazione dalla funzione, la centralità della forma come momento chiave dell’architettura, la dualità tipologia/morfologia non sono che giustificazioni a posteriori rispetto a quella intuizione a-logica, «analoga» come la…


L’articolo prosegue su Left del 30 aprile – 6 maggio 2021

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