Tra il 15 e il 16 maggio sono stati eletti i 155 costituenti che avranno il compito di redigere una nuova Costituzione. Per il Paese andino è un evento di portata storica: per la prima volta nella storia l’Assemblea è stata eletta interamente dal popolo e sarà composta nel rispetto della parità di genere, con 69 seggi riservati alle donne e 69 agli uomini, a cui vanno aggiunti i 17 posti riservati ai rappresentanti dei popoli originari

17 maggio 2021. Da poco è scoccata la mezzanotte a Santiago del Cile. Con le urne chiuse da qualche ora, i dati dello spoglio dell’elezione dell’assemblea costituente delineano uno scenario che né la maggioranza né l’opposizione avevano previsto. Un grigio Sebastián Piñera, accompagnato dai membri del suo Gabinetto, esce dalle stanze della Moneda e si reca verso i microfoni adibiti per una conferenza stampa all’aperto per rilasciare una dichiarazione ufficiale.

«Non siamo in sintonia con le richieste dei cittadini e siamo sfidati da una nuova leadership». Questo è uno dei primi commenti a caldo del presidente della Repubblica. Poche parole ma che esprimono un significato chiaro di questa elezione: dei 155 seggi di cui si comporrà l’Assemblea costituente, la destra riunita nella lista “Chile vamos”, fortemente voluta da Piñera, ha ottenuto solo 37 seggi. È la vera sconfitta di questa tornata elettorale.

Per quanto riguarda i partiti tradizionali di opposizione, la lista “Apruebo” – formata dalle forze di centrosinistra che hanno governato il Paese dal 1990 al 2010 – ha conquistato 25 seggi; mentre la lista “Apruebo dignidad”, composta dal Partito comunista e dal Frente amplio ha raggiunto i 28 seggi.

I grandi vincitori sono proprio quei cileni che il presidente cileno definisce “nuova leadership”. Cittadini e cittadine della società civile che hanno deciso di candidarsi in liste indipendenti di sinistra, ottenendo 48 seggi su 155. In particolare la “Lista del pueblo”, composta per lo più da sconosciuti che hanno cominciato ad organizzarsi a seguito delle proteste del 2019, è riuscita a conquistare da sola 27 seggi.

Ma al di là del risultato, queste liste sono state forse l’elemento più inedito dell’elezione della Costituente. Delle 1191 candidature generali, il 60% sono state indipendenti.

Va fatta però una distinzione tra questi: alcuni si sono presentati nelle liste dei partiti (20%); altri in vere e proprie liste create ad hoc (38%); e una piccola minoranza, infine, fuori da ogni lista (2,4%). La presentazione di queste candidature è stata facilitata dalle leggi 21.216 e 21.296, che hanno ridotto i vincoli del numero di firme per consentire ai cileni non legati ai partiti di partecipare alle elezioni.

Ora, si può sostenere che la partecipazione indipendente è senza dubbio il riflesso di una cittadinanza che ha voglia di sentirsi protagonista del processo costituente. Ma è anche la rappresentazione plastica di un certo sentimento di sfiducia verso i partiti e la politica politicante.

Lo avevamo visto nei mesi di protesta del 2019 e anche durante il plebiscito dell’ottobre scorso, in cui la grande maggioranza dei cileni (quasi l’80%) si è opposta all’idea di scegliere una Costituente mista (per metà composta da membri nominati o provenienti dal parlamento). Ma lo si vede ancora adesso, soprattutto nei confronti della maggioranza e del presidente della Repubblica, Sebastian Piñera.

Molti chiedono le sue dimissioni, perché è percepito come il principale responsabile della delicata situazione sociale ed economica che sta vivendo il paese. Inoltre, su Piñera grava una pesante accusa per la violazione dei diritti umani durante le proteste del 2019: a fine aprile, la Commissione cilena dei diritti umani, l’Associazione americana dei giuristi e l’italiano Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia hanno inviato un documento alla Corte penale internazionale con il quale si chiede di avviare un’indagine nei confronti dell’inquilino della Moneda.

La Convenzione è in procinto di cominciare il suo lavoro, ma è importante che le piazze non allentano la tensione. Perchè dalle richieste emerse dalle manifestazioni dovrà prendere corpo un nuovo patto sociale. Nuovo perché, nonostante le riforme costituzionali del 1989 e 2005, l’impianto della vigente Costituzione rimane ancora neoliberale e neoliberista. Un sistema che non è più sostenibile per il popolo cileno, come è stato esplicitato dalla pandemia e raccontato da questo settimanale più volte.

I nuovi costituenti avranno dunque il difficile compito di redigere una nuova carta costituzionale, che potrebbe definitivamente rimpiazzare quella promulgata nel 1980 durante la dittatura Pinochet. Purtroppo è ancora troppo presto per dire che si avrà una carta magna del tutto nuova.
Una cosa è certa: dopo le proteste di piazza del 2019 e della vittoria schiacciante del sì nel plebiscito celebrato ad ottobre 2020, con l’elezione dell’Assemblea costituente si è fatto un ulteriore passo verso questo obiettivo.

Per invertire rotta è necessario anzitutto che l’Assemblea costituente ripensi il ruolo dello Stato. Un passaggio essenziale per colpire l’impianto della Costituzione del 1980. Uno dei principi fondamentali contenuti nell’attuale carta è il principio di sussidiarietà, che in Cile si è tradotto in Stato minimo, marginale, conferendo al privato un ruolo di primo piano in tutti gli aspetti della vita del cittadino: dall’istruzione alla sanità, dal sistema delle pensioni all’accesso all’acqua.

Bisognerà puntare su uno Stato sociale, che si faccia carico delle richieste provenienti dalle piazze. Va da sé che non vi è modello di Stato sociale senza la tutela dei diritti sopracitati e il riconoscimento costituzionale di “nuovi”.

Parliamo dell’accesso universale alla salute, oggi non menzionato nella Costituzione, la quale si limita a sancire il “diritto di scegliere tra sanità pubblica o privata”; parliamo del diritto all’accesso all’acqua, attualmente gestito dai privati, grazie a delle garanzie costituzionali che si fondano sul diritto di proprietà privata. Oppure, parliamo di diritti di uguaglianza tra uomini e donne e di protezione della natura. Centrale sarà anche la discussione in merito ai popoli originari che ancora non godono di alcuna tutela.

Si dovrà capire se si andrà verso la creazione di uno Stato plurinazionale o garantire a queste comunità un riconoscimento costituzionale. E’ tempo di conferire loro la giusta rappresentanza nel paese e inserirli nei processi di elaborazione e partecipazione politica. A proposito di quest’ultimo punto, negli ultimi anni si è sentita sempre più forte la necessità di introdurre strumenti di partecipazione dei cittadini e meccanismi di democrazia diretta, fondamentali per legittimare le decisioni delle autorità e per ripristinare la fiducia nelle istituzioni democratiche.

Questi sono solo alcuni dei temi che la Convenzione dovrà affrontare. La partita, come già detto al principio, sarà difficilissima.

Innanzitutto bisognerà capire che tipo di regolamento verrà votato e adottato dalla Convenzione, soprattutto per stabilire il funzionamento delle Commissioni che discuteranno quei testi che poi saranno presentati in plenaria. Inoltre, si dovrà tenere conto che, sia per approvare un singolo articolo che l’intera Costituzione, saranno necessari i ⅔ dell’Assemblea.

E allora si potrebbe dire: basta sommare i seggi ottenuti dagli indipendenti e dalle liste dei partiti tradizionali di centrosinistra e sinistra, per far sì che la Convenzione abbia una forte maggioranza progressista. Purtroppo, non è così semplice. Proprio questa maggioranza virtuale si è presentata, tra partiti tradizionali e indipendenti, in diverse liste. E soprattutto preoccupa la reticenza più volte manifestata, durante la campagna elettorale, da parte degli indipendenti a dialogare con i partiti.

Saranno dunque fondamentali tutte quelle personalità che avranno la capacità di unire queste due realtà e, allo stesso tempo, che riusciranno a negoziare con la destra per raggiungere accordi ed evitare che il processo costituente non produca un nuovo patto sociale.

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