I bambini di Al-Ramadin non hanno mai potuto vedere il mare nonostante sia a pochi chilometri…

Vent’anni fa sono andato in Palestina più precisamente a Al-Ramadin un piccolo villaggio di beduini a qualche chilometro dalla green line, il confine imposto da Israele. Al di là del filo spinato c’è Be’er Sheva città israeliana, lì vivevano i beduini prima di essere costretti all’esodo verso terre aride. Qui esiste il museo del beduino perché per gli israeliani loro non esistono più.

Siamo arrivati qui per un campo estivo con i bambini, al nostro arrivo troviamo le strade distrutte dai bulldozer, tutti i villaggi palestinesi di quella zona sono stati isolati per non permettere la libera circolazione. È la reazione allo scoppio di una bomba dentro un autobus a Be’er sheva.
Scendiamo dall’auto e percorriamo gli ultimi chilometri a piedi, all’arrivo troviamo tantissimi bambini che ci accolgono con occhi felici, sono ovunque ogni tanto appare un adulto che passeggia per la strada e le pecore che brucano tra i sassi e la sabbia alla ricerca di qualche radice.
Qui l’acqua è poca, quando le cisterne si vuotano si va dagli israeliani per comprarla. Decidono loro quando e quanta ne poi prendere. Le riserve idriche, un tempo palestinesi, ora sono completamente in mano a loro.

La luce elettrica non esiste, quando viene il buio ogni casa accende un piccolo generatore e per un paio d’ore si cena e si chiacchiera con la televisione accesa. Poi arriva il buio e in lontananza vedi le colonie israeliane illuminate a giorno per tutta la notte e incominci a sentire gli spari.
Di notte i palestinesi scavalcano la green line per andare in Israele a lavorare come manovali e dalle colonie parte il tiro al bersaglio, sparano ai loro lavoratori.
Un giorno ho incontrato un ragazzo che tornava in paese con un asino, all’alba era partito per andare all’università a Hebron. Solitamente ci si va in auto, in venti minuti sei in facoltà, ma con le strade devastate non si può. La sua forma di resistenza era andare, nonostante tutto, a studiare. Un paio d’ore su l’asino all’andata e un paio al ritorno, per farne un paio di lezione.

Lì ho capito bene cosa significa fare resistenza.
Una sera il capo villaggio ci ha portato a un matrimonio. Nonostante il coprifuoco non si poteva rifiutare, eravamo gli ospiti d’onore. Ovviamente si è fatto tardi e al ritorno con le auto abbiamo attraversato il deserto in piena notte. All’improvviso si accendono delle luci, posto di blocco. Scendono quattro ragazzi diciottenni armati fino ai denti, ci puntano i fucili ad altezza petto. Il capo villaggio inizia a urlare: “Siamo arabi buoni!!”, il diciottenne replica: “Non esistono arabi buoni, stai zitto.”
Dai passaporti si accorgono che siamo italiani e uno dice: “Italia, Roma, football Lazio!” E in contemporanea alza il braccio e fa il saluto fascista. Dopo un’ora ci liberano, ripartiamo e raggiungiamo casa.

L’ultimo giorno i bambini ci accompagnano fino alla strada devastata dal bulldozer, ce ne andiamo fra le lacrime, la separazione non è stata facile. Camminiamo con i bagagli sotto il sole e arriviamo disidratati all’auto che ci aspetta in mezzo al deserto. Dopo qualche chilometro entriamo in Israele e ci fermiamo a un autogrill per prendere dell’acqua, all’interno troviamo dei ragazzi in infradito, costume e occhiali da sole, scherzano e bevono, la musica è alta. Non riusciamo nemmeno a comprare l’acqua, usciamo, senza dirci nulla scoppiamo in lacrime. I bambini di Al-Ramadin non hanno mai visto il mare nonostante sia a pochi chilometri.

Qualche tempo fa mi arriva un messaggio su Facebook: “Hi, do you remember me?”

Nonostante i vent’anni passati la riconosco è Fatima, al tempo bambina durante il campo estivo.
“Everyone I fine, what about you? It is a picture with wonderful memories inside. I hope we will meet again!”
Fatima si è laureata, è diventata insegnante, vive a Ramallah è stata assunta in una scuola. I suoi genitori sono rimasti a Al-Ramadin, ancora una volta stanno rischiando di perdere tutto. Israele ha deciso di annettere le restanti terre del deserto del Sinai e sta cercando di provocare una guerra civile tra i palestinesi per facilitare il processo di annessione.
“They want to seize all areas, even if they are forced to cause a war for this, but we Palestinians will reject it with full force and we will create a new Intifada”.

*L’autore: Matteo Parisini è documentarista, autore del doc sullo ius soli “Il nostro Paese