Si ribellano al razzismo, all’oppressione, e alla politica di annessione della destra israeliana. E rifiutano Hamas. Sono i giovani palestinesi che, delusi dai partiti e dalle istituzioni, rivendicano il diritto a esistere e ad avere un futuro di pace. In questo numero di Left cerchiamo di dar loro voce, di conoscerli più da vicino, raccontando anche quei loro coetanei israeliani che rifiutano di arruolarsi, che non accettano l’ostracismo teocratico proclamato nel 2018 con la legge su «Israele Stato-nazione del popolo ebraico»

La situazione attuale rappresenta l’apice di un sistema di disuguaglianze e ingiustizie che va avanti da troppi anni: l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi e l’embargo contro Gaza incarnano l’intollerabile violenza strutturale che il popolo palestinese subisce quotidianamente. Condanniamo le politiche razziste e di discriminazione nei confronti dei palestinesi #NotInOurName».

Questo messaggio di giovani israeliani è diventato virale in rete. Fa respirare. Dà speranza per un futuro diverso in cui finalmente i giovani palestinesi e israeliani possano dialogare per costruire la pace fermando le violente politiche di Benjamin Netanyahu di annessione e colonizzazione dei territori palestinesi, di segregazione e discriminazione degli arabi israeliani, politiche di estrema destra che nelle ultime settimane hanno fatto strage di civili palestinesi e di bambini.

Una strage avvenuta anche a causa dei razzi contro Israele lanciati da Hamas, formazione religiosa fondamentalista che ha tutto l’interesse ad ingaggiare un braccio di ferro con l’ultradestra israeliana per rafforzarsi nei Territori. Così come Netanyahu ne ha tratto vantaggio politico potendo usare l’alibi della difesa per bombardare l’inerme popolazione palestinese, distruggendo anche l’unico laboratorio anti Covid a Gaza nonché la torre Al Jalaa, sede di media internazionali come Al Jazeera e Ap.

Di tutto questo siamo tutti responsabili. L’escalation di violenza ingaggiata da Israele e da Hamas doveva essere fermata subito. Il dramma che si è consumato sulla pelle di civili palestinesi innocenti poteva e doveva essere evitato, ma la comunità internazionale non ha mosso un dito: il silenzio di Bruxelles è stato assordante, la Germania non ha rinunciato a consegnare al governo israeliano i sottomarini della Thyssenkrupp, come se niente fosse.

La stessa amministrazione Biden, che aveva sospeso (seppur temporaneamente) la vendita di armi all’Arabia Saudita, ha continuato a rifornire lo Stato israeliano. Il presidente degli Stati Uniti ha parlato di diritto di Israele a difendersi. E la parlamentare democratica Rashida Tlaib di origine palestinese, ha commentato che «nel leggere le sue dichiarazioni, difficilmente capiresti che i palestinesi esistono», come ricostruisce Roberto Prinzi in un pezzo che ben illumina lo scenario geopolitico su cui si innesta questa impennata del conflitto israelo-palestinese, la peggiore dal 2014.

Da esso cercano di trarre vantaggi in molti, dall’autocrate turco Erdoğan al presidente cinese Xi Jinping interessato a rafforzare la Via della seta. Puntando sulla carta della diplomazia e non sulle armi, Pechino, che esercita la presidenza di turno al Consiglio dell’Onu, si è offerta di ospitare colloqui tra le due parti.

Per antica vicinanza alla Palestina, ma anche per mantenere gli intensi rapporti commerciali che legano la Cina a Israele, snodo fondamentale del silk road, hub tecnologico fondamentale per il 5G. In questo scacchiere internazionale resta stritolato il popolo palestinese, stretto fra l’incudine del governo di destra israeliano e il martello di Hamas, mentre l’Autorità nazionale palestinese guidata da Abu Mazen ha sempre meno forza e credibilità.

Da quindici anni non si vota in Palestina. Le giovani generazioni che in queste settimane hanno acceso le proteste sono perlopiù apartitiche, come scrive Chiara Cruciati, non si sentono rappresentate. Sono ragazzi nati e cresciuti dopo la seconda intifada del 2000, cresciuti in enclave separate senza avere neanche la possibilità di conoscere i propri coetanei. Sono giovani che hanno sogni e aspirazioni che non trovano realizzazione, che hanno sempre vissuto fra muri e checkpoint.

In questo numero di Left cerchiamo di dar loro voce, di conoscerli più da vicino («Conoscere è il primo passo verso una soluzione» diceva Vittorio Arrigoni), raccontando anche quei loro coetanei israeliani che rifiutano di arruolarsi, che non accettano l’ostracismo teocratico proclamato nel 2018 con la legge su «Israele Stato-nazione del popolo ebraico».

A Gerusalemme est, nel quartiere di Sheikh Jarrah, il governo israeliano da anni attua politiche di gentrificazione che hanno come obiettivo più o meno latente la pulizia etnica come ricostruisce qui Flavia Cappellini che per anni ha seguito vertenze e processi. Di fronte a tutto questo la comunità internazionale non può chiudere gli occhi.

In attesa di conoscere quale sarà l’esito dell’inchiesta avviata lo scorso marzo dalla Corte penale internazionale che indaga sui crimini di guerra commessi da l’esercito israeliano (attacchi sproporzionati, omicidi intenzionali ecc) e sui crimini di guerra commessi da Hamas, non possiamo restare in silenzio.


L’editoriale è tratto da Left del 21-27 maggio 2021

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