Creano cortometraggi per denunciare l’oppressione, per esprimere una propria visione e uscire dalla segregazione. Giovani film-maker palestinesi crescono e Nazra short film festival lavora per offrire loro una ribalta internazionale

Schiama Nazra e già il nome è una dichiarazione d’intenti: Nazra infatti, in palestinese, significa sguardo. Ed è uno sguardo diverso e profondo su Gaza e sulla Cisgiordania quello che ci offre il Nazra Palestine short film festival, rassegna indipendente di cortometraggi che da Venezia si irradia in altre città: Siena, Napoli, Roma e oltre. «Di solito organizzavamo un’edizione a Gaza, ma hanno buttato giù anche il nostro centro con i bombardamenti. Avevamo pensato di farlo all’aperto, ma il momento lo rende impossibile e come tutti siamo nell’incertezza più assoluta», racconta la curatrice e ideatrice della rassegna Franca Bastianello, alla quale abbiamo chiesto di farci da guida per conoscere più da vicino la produzione audiovisiva palestinese in cui spiccano corti di vario genere: fiction, documentari, videoarte.

«Comincerei col dire che quello del cortometraggio non è uno sguardo cinematografico minore» spiega Bastianello. «È un linguaggio giovane, svelto, incisivo. Con un corto si può fare tutto, dare un messaggio, raccontare una storia in modo molto sintetico. Ed è un genere che trova molto riscontro nel pubblico più giovane». Prova ne è la grande accoglienza che Nazra riceve nelle università. Senza finanziamenti esterni, basato sul volontariato, il festival è sorretto da grandi ideali e da un sogno: dare una ribalta ai giovani palestinesi, per potersi esprimere, denunciare, raccontare dal proprio punto di vista, misurarsi con le proprie ispirazioni. Obiettivo prioritario? Dare risonanza alle molte eccellenze che arrivano dalla Palestina. Ma anche interrompere la spirale di frustrazione e rabbia generata dalla segregazione. Anche se l’impresa non è facile. Perché gli autori palestinesi incontrano mille ostacoli non solo nel realizzare opere ma anche nel farle conoscere a livello internazionale. Di rado viene loro permesso di uscire dai territori per poter partecipare a festival e incontri. Non è semplice neanche per i film-makers della diaspora che vivono all’estero e hanno il problema di non riuscire ad ottenere il visto per tornare in quelle aree che le loro famiglie furono costrette ad abbandonare dopo il 1948. Questo doppio binario di impedimenti ha indirettamente fatto sì che la produzione cinematografica palestinese si sviluppasse soprattutto lungo due filoni: il docufilm all’interno e la fiction all’esterno. Il racconto dal vero prevale fra i palestinesi che vivono nei territori occupati dove l’urgenza di testimoniare l’oppressione è prioritaria. La produzione della diaspora invece si nutre soprattutto di frammenti di memorie, di immaginazione, nel desiderio negato di poter tornare. Ma a ben vedere sono visioni che si completano, nota Bastianello: «Nel 2017 per esempio abbiamo ricevuto molti film sull’operazione Scudo protettivo del 2014. Il tema, drammaticamente forte, era lo stesso, ma i quadri erano diversi».

Ad accomunare la produzione palestinese interna e esterna, spesso, è anche un filo di toccante auto ironia. «I palestinesi sono persone che riescono a ridere di se stesse nonostante le tragedie. Non vogliono essere compatiti come vittime, né essere celebrati come eroi, vogliono semplicemente poter vivere la propria vita. E il cinema è uno strumento fortissimo per far sì che le persone ti ascoltino, ti capiscano, partecipino a ciò che tu dici», approfondisce la direttrice. «Fare un film in Palestina in un certo senso può essere curativo non solo perché permette di esprimere il proprio stato d’animo, ma anche perché così la Palestina diventa visibile».

Il problema è proprio questo: la Palestina è invisibile al livello internazionale? «È visibile solo nella retorica dei palestinesi terroristi, del diritto di Israele a difendersi», denuncia Franca Bastianello. «La Palestina è come una donna che, se esce un po’ scollata, si sente dire che se l’è andata a cercare. Si dice, Gaza se l’è voluta. Nessuno pensa che è un carcere. Nessuno pensa alla condizione di due milioni di persone che vivono accavallate e che non possono muoversi. Tutto questo non si percepisce». Il cinema, in certo modo, rappresenta una “via di uscita”? «Attraverso il cinema i ragazzi palestinesi esprimono un grido di dolore e la propria visione. È un tentativo di darsi un’immagine», risponde la direttrice. «Impedirglielo è ingiusto ma anche controproducente. Più li tengono in cattività più è probabile che la situazione diventi ingestibile». Molti di loro per fortuna non si arrendono e non cedono al veleno dell’odio e del fanatismo. «La Palestina è sempre stato un Paese acculturato, laico – spiega Franca Bastianello -. E i palestinesi che studiano all’estero trovano sempre spazio perché hanno una volontà di ferro, hanno la speranza che la loro denuncia porti a qualcosa, vorrebbero poter indirizzare la propria storia. Dar loro ascolto porterebbe al confronto e alla pace, avvierebbe una crescita dal punto di vista sociale». Anche per questo, nonostante la situazione in Palestina sia disperata, la scena artistica teatrale e musicale è molto viva come abbiamo raccontato spesso su Left. «Ci sono anche delle scuole di cinema – aggiunge -. Molte sono gestite da registe. Più del 50 per cento della partecipazione al Nazra festival è femminile. Sono donne straordinarie perché escono da situazioni sociali che non offrono grandi possibilità. Molti genitori vogliono far studiare le figlie per far sì che nel mondo possano contare, ma la società tradizionale limita le aspettative delle donne». Gli esempi di registe di talento potrebbero essere molti a partire da quello dell’artista palestinese Samira Badran. È sua la potente opera di videoarte Memory of the land incentrata su un checkpoint. «Attraverso l’animazione di oltre duemila disegni ha saputo lanciare un fortissimo messaggio politico. Memory of the land è un’opera di grande spessore, un pezzo indimenticabile, rimane nella memoria, anche per la sensazione che si vive ascoltando quei suoni e quel linguaggio inventato che cerca di sovrastare la personalità dei palestinesi. Opere così dovrebbero fare parte della cinematografia internazionale».

Ma si potrebbero citare anche capolavori in ambito documentaristico che Nazra ha avuto il merito di far conoscere. Ne è un esempio High hopes del regista israeliano Guy Davidi costruito su un collage interviste e di immagini storiche, sulle note dei Pink Floyd. Racconta la vita dei beduini e dalle speranze che erano nate dagli accordi di Oslo. Sembrava si aprisse una nuova epoca, ricorda la direttrice di Nazra «intanto però lo Stato di Israele espropriava i beduini, distruggeva le loro tende, fino a costringerli in una discarica israeliana».

Quanto al teatro non possiamo chiudere senza ricordare il regista Juliano Mer-Khamis, fondatore del Freedom theatre nel campo profughi di Jenin, ucciso dieci anni fa. Anni prima era tornato in Palestina dove aveva ricostruito il teatro che la madre, israeliana, aveva costruito per i ragazzi di Jenin. «Faceva recitare bambini che vivevano ai limiti della sopportazione – dice Bastianello -, attraverso l’arte trovavano un canale per esprimersi. Quel teatro dette loro una risonanza internazionale. Alcuni di loro erano finiti in carcere ma lui riusciva comunque a dare speranza ai suoi allievi e gli diceva: guardate che voi non siete solo ribelli, non siete solo dei resistenti, voi siete degli artisti». Gli insegnava che l’arte è rivoluzione.


L’articolo prosegue su Left del 21-27 maggio 2021

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