La Germania ammette la responsabilità del genocidio in Namibia, la Francia in quello ruandese. Anche così i Paesi europei continuano a influenzare gli Stati africani e tentano di arginare l’espansione di Cina, Russia e Turchia. È il colonialismo 4.0 e riguarda pure l’Italia

Come si fa ad accettare che la memoria di uno sterminio possa essere liquidata con poche scuse formali e una foto di rito nel mausoleo di Kigali? Come si fa ad accettare i capziosi distinguo con cui il presidente Macron, dopo 27 anni, arriva ad ammettere la responsabilità francese nel genocidio ruandese ma negando ogni «complicità»? In soli cento giorni nel 1994, in quel piccolo Paese che oggi è considerato la Singapore d’Africa, anche per responsabilità di Belgio, Germania, Francia e della Chiesa di Roma furono massacrate più di 800mila persone, in maggioranza appartenenti all’etnia Tutsi. C’è voluto oltre un quarto un secolo perché almeno la Francia arrivasse ad avanzare le proprie scuse.

Ci si scusa per aver pestato involontariamente il piede a qualcuno… Di fronte a un sistematico sterminio non è una questione di scuse o di perdono. È innanzitutto una questione di ricostruzione della verità storica occultata per decenni, senza la quale non ci può essere riconciliazione. Questo vale per il Rwanda, è vero per il genocidio in Namibia, è vero per il Canada dove di recente è stata trovata una nuova fossa comune di bambini nativi canadesi nei pressi di una scuola dove preti e suore si affaccendavano per indottrinarli, strapparli dalla loro cultura d’origine, anche impedendogli di parlare la propria lingua, costringendoli alla fame e a vivere ammassati in luoghi insalubri, tanto che molti di loro morivano di stenti e tubercolosi.

Fra i primi in Italia a scrivere dell’atroce vicenda è stato Federico Tulli nel libro Chiesa e pedofilia (L’Asino d’oro, 2010). Abbiamo chiesto al collega di Left di tornare a fare luce sulla strage di bambini ordita da Santa Madre Chiesa nella sua feroce opera di evangelizzazione. Nonostante le sollecitazioni che gli sono arrivate anche dal premier canadese Trudeau, papa Francesco risponde con delle sterili parole di circostanza nei confronti delle vittime e conferma che la Chiesa non intende riconoscere le proprie responsabilità.

Diversamente dalle gerarchie ecclesiastiche, le istituzioni canadesi hanno realizzato un lungo lavoro di indagine per far emergere la verità e il governo di Ottawa ha stanziato risarcimenti miliardari ai sopravvissuti. Purtroppo non c’è risarcimento al mondo per le migliaia di giovani vite spezzate. Ma è un passo importante per il pieno riconoscimento dei diritti delle popolazioni native, negati per secoli dai colonizzatori bianchi.

Va in questa direzione anche la mossa della Germania che di recente ha riconosciuto le proprie responsabilità nel genocidio in Namibia, ma tristemente – fra i ricchi Paesi occidentali – c’è chi teme che questo passaggio storico possa innescare richieste di risarcimento a raffica da parte di altri Stati africani. L’ombra nera del colonialismo continua ad aduggiare tanta parte dell’Europa, dalla Gran Bretagna patria del nazionalismo di conquista, al Belgio che all’epoca di Leopoldo II si rese protagonista in Congo di una delle dominazioni più sanguinarie, all’Italia che ha il triste primato di aver usato gas chimici e che si è resa responsabile di genocidi in Libia ed Etiopia (come ricostruisce il doloroso e bellissimo Il re Ombra di Maaza Mengiste, ora pubblicato da Einaudi).

Tante volte ci siamo occupati delle ferite ancora aperte dei Paesi africani colonizzati e tutt’ora depredati di risorse. Su questo numero torniamo ad approfondire questo tema anche cercando di capire cosa c’è dietro le recenti mosse di Merkel e di Macron, dietro questi loro gesti dal forte significato sul piano simbolico ma che non possiamo non leggere anche in chiave geopolitica.

In un momento in cui Cina, Turchia e Russia avanzano nel continente africano attraverso la diplomazia dei vaccini e della costruzione di infrastrutture, Francia e Germania si giocano le proprie carte anche attraverso la “tattica” della richiesta di pubblico perdono. Ci siamo interrogati su questa gigantesca questione con esperti di geopolitica e colleghi che si occupano di diritti umani e che hanno raccolto per Left testimonianze sul campo.

Lo abbiamo fatto avendo laicamente come faro la parola verità che va a braccetto con la parola responsabilità.


L’editoriale è tratto da Left dell’11-17 giugno 2021

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