Gli arresti di dirigenti e dipendenti e il congelamento degli asset finanziari hanno portato alla chiusura della principale testata pro democrazia dell’ex colonia britannica. La morsa della repressione cinese si stringe ancora

A meno di dieci giorni dalla retata effettuata dalle forze dell’ordine hongkonghesi nella sede del quotidiano pro-democrazia Apple daily, quando sono stati arrestati cinque tra dipendenti e dirigenti e sequestrati computer a appunti di tutti i redattori, con l’accusa di aver “colluso con forze estere”, la redazione – o quel che ne resta – annuncia la chiusura definitiva della testata con il numero di giovedì 24 giugno.

Gli sforzi di scarcerare il capo redattore dell’Apple daily, Ryan Law, e il Ceo, Cheung Kim-hung, su cauzione sono falliti, così come è stata negata la richiesta che Next Digital – compagnia di media affiliata al quotidiano – ha indirizzato al governo di sbloccare i propri fondi congelati dopo il blitz, corrispondenti ad una cifra di 18 milioni di dollari hongkonghesi. Ultimi vani tentativi di tenere in vita il giornale che più di tutti ha parlato a favore della democrazia di Hong Kong e, quindi, contro la legge di sicurezza nazionale voluta da Pechino. I 18 milioni avrebbero potuto poco contro l’accanimento politico, ma quanto meno avrebbero permesso all’azienda di pagare il salario ai propri dipendenti, i quali hanno varcato per l’ultima volta la soglia della loro redazione la notte di mercoledì, dopo aver cancellato siti web e account social legati alla testata.

Prima ancora che tutto fosse finito, che l’ultimo giornalista uscisse e la porta d’ingresso del giornale venisse chiusa una volta per tutte, di fronte alle edicole già si accalcavano lunghe file di sostenitori – tanto dell’Apple daily, quanto della democrazia stessa – in attesa di acquistare copie dell’ultimo numero del quotidiano, che ha avuto una tiratura straordinaria di un milione (normalmente le copie stampate sono circa 80mila). In un momento in cui ogni gesto può essere considerato un atto di dissidenza, gli hongkonghesi hanno trovato il loro modo civile di dimostrare sostegno alla loro identità nazionale e alla loro tradizione democratica violate da Pechino. Tanto più che alcuni programmatori di Hong Kong hanno promosso, nel giro di pochissimo tempo, un’azione di massa coordinata online per l’archiviazione di 26 anni di contenuti mediatici pubblicati dall’Apple daily. Le modalità di archiviazione sono state numerose e diversificate. L’intenzione era quella di disseminare online archivi, criptati e non, dell’intero database del quotidiano e mantenere così vivo il nome del giornale.

Ora però resta il timore che anche un’azione di questo tipo possa comportare ritorsioni legali contro gli utenti che si sono mossi nell’operazione di salvataggio. Ronny Tong, membro del Consiglio esecutivo di Hong Kong ha dichiarato che la legalità dell’archiviazione degli articoli dipenderà principalmente dall’intenzione posta nel gesto stesso. Di fronte alla sorte dell’Apple daily e alle dichiarazioni di Ronny Tong è intervenuto il segretario di Stato britannico Dominic Raab, il quale ha ricordato alla Cina gli accordi stipulati in seguito alla fine dell’indipendenza di Hong Kong e l’importanza che la libertà di stampa ha per la nazione.

Con la chiusura dell’Apple daily viene meno un caposaldo del giornalismo pro-democrazia di Hong Kong. Nonostante la stampa ufficiale sia ormai allineata alla posizione cinese, è possibile immaginare che gli hongkonghesi troveranno modi sempre più creativi e civili per manifestare il proprio dissenso e prendere le distanze dalla Cina continentale.