La completa presa del potere da parte dei conservatori e una seria minaccia per i diritti umani. Questo rappresenta l’elezione a presidente dell’Iran del magistrato accusato di aver fatto giustiziare migliaia di dissidenti. Amnesty international: Va processato per crimini contro l’umanità

In politica estera l’elezione del presidente Ebrahim Raisi non dovrebbe cambiare molto, le linee di fondo sono sempre quelle dettate dalla Guida Ali Khamenei, al di là della retorica delle esternazioni, e una revoca delle sanzioni con un ritorno degli Usa all’accordo sul nucleare del 2015 conviene in primo luogo all’Iran. Ma sul piano interno è ancor più probabile un ulteriore giro di vite contro il dissenso e le libertà individuali. Gli interrogativi aperti riguardano piuttosto l’economia e le condizioni di vita dei ceti medi e popolari, scese a livelli drammaticamente bassi negli ultimi tre anni per ragioni da una parte riconducibili alle sanzioni, dall’altra addebitate a una cattiva amministrazione del governo iraniano: variabili che dipenderanno dai negoziati in corso a Vienna sul rientro di Washington nell’accordo multilaterale abbandonato da Trump nel 2018 e sul ritorno al rispetto di quell’intesa anche da parte della Repubblica islamica. La quale ha cominciato a distanziarsene solo nel 2019 in risposta alle decisioni della Casa Bianca, con due brusche accelerazioni dopo l’assassinio del generale Qassem Soleimani nel gennaio 2020 da parte Usa e di quello di Mohsen Fakhrizadeh pochi mesi dopo, attribuita ai servizi segreti israeliani.

Insomma, l’elezione di Raisi (che nonostante la più bassa affluenza alle presidenziali della storia della Repubblica islamica segna la definitiva sconfitta del fronte moderato-riformista dell’uscente Hassan Rouhani) da un lato sancisce la completa presa del potere del fronte conservatore, già in controllo degli apparati militari, della magistratura e del Parlamento eletto nel febbraio 2020, dall’altro lascia alcune possibilità aperte per la diplomazia internazionale. Vedremo come se le giocheranno gli interlocutori occidentali di Teheran e i loro alleati nella regione. Fra questi il più importante è Israele, molto ascoltato dall’amministrazione di Donald Trump. La reazione del suo nuovo premier, Naftali Bennet, è stata senza appello. «Hanno eletto il carnefice di Teheran», ha commentato, ricordando che l’elezione di Raisi – sceso in campo senza veri contendenti, visto che il Consiglio dei guardiani aveva escluso tutti i candidati di rilievo del fronte riformista e altre figure di peso di quello conservatore – era stata di fatto una nomina da parte di Khamenei. Ma dell’intervento di Bennet conta il…


L’articolo prosegue su Left del 25 giugno – 1 luglio 2021

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