Afghanistan anno zero. La fine della guerra infinita ingaggiata dagli americani nel 2001 lascia allo scoperto una distruzione totale. Altro che “Pace duratura”. Oltre 47mila vittime fra cui tante donne, anziani e bambini. Migliaia i soldati morti, fra i quali anche 53 italiani. Vent’anni di occupazione, intervenuta su un Paese già martoriato dall’invasione sovietica, hanno prodotto 2,7 milioni di profughi e 4 milioni di sfollati interni che ora rischiano di aumentare ulteriormente per l’offensiva sferrata dai talebani e per i danni causati della siccità.

La Commissione europea ha deciso lo stanziamento di 25 milioni di euro in fondi umanitari per combattere la fame in Afghanistan. Ma è un’elemosina che poco risolve. La siccità che sta colpendo il Paese ha gettato più di 11 milioni di persone in una devastante crisi alimentare. Altri 3,2 milioni sono a rischio di precipitarvi. «Si stima che oggi metà della popolazione in Afghanistan soffra di grave insicurezza alimentare. La siccità che colpisce il Paese sta peggiorando una situazione già terribile di instabilità politica e conflitto, mentre infuria la terza ondata della pandemia di Covid-19», ha detto Janez Lenarcic, commissario europeo per la gestione delle crisi. «La scarsità di cibo e la limitata disponibilità di acqua aumenteranno la prevalenza della grave malnutrizione».

In questa congiuntura le truppe Nato si ritirano, lasciando sole le deboli istituzioni afgane. L’offensiva talebana negli ultimi due mesi è stata imponente: hanno riconquistato decine di distretti in varie zone del Paese. Nelle aree rurali l’avanzata è in corso dai primi di maggio, quando gli Stati Uniti hanno avviato il ritiro.

Si teme che sia una questione di mesi, se non settimane, la riconquista talebana della capitale Kabul, dove sempre a maggio i terroristi hanno fatto una strage uccidendo 55 giovanissime studentesse. Le donne e i bambini sono tornati nel mirino dei fondamentalisti. Sono continui gli attacchi alle scuole, colpite con granate, incendiate, fatte esplodere. Save the children da tempo denuncia che le parti in conflitto non rispettano le norme internazionali per garantire la sicurezza dei bambini e delle bambine. Intervistato dalla Bbc il portavoce talebano Suhail Shaheen ha dichiaro «da qui in avanti sarà la nostra leadership a decidere come procedere».

Per Shaheen l’attuale governo in carica ha le ore contate. L’Afghanistan è un «emirato islamico» ha detto alla tv britannica dichiarando apertamente di voler dare una base teocratica al governo. In questo quadro suonano quanto meno fuori sincrono le parole del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che, annunciando il ritiro delle truppe italiane insieme alle altre della Nato, ha parlato di grandi risultati raggiunti nella lotta per la democrazia e di un nuovo impegno della comunità internazionale che deve proseguire sotto altre forme, attraverso la cooperazione economica, la cooperazione allo sviluppo, le relazioni diplomatiche.

Avendo quali interlocutori se l’attuale governo afgano rischia di soccombere? Giustissimo percorrere la via diplomatica, ma andava fatto prima, non dopo vent’anni di occupazione, costosissima in termini economici, ma soprattutto in termini di vite umane. Ora il disastro è compiuto. In questa storia di copertina lo denunciamo con l’aiuto di esperti come Francesco Vignarca della Rete italiana pace e disarmo e Giorgio Beretta dell’Osservatorio sulle armi leggere, accendendo i riflettori sulle sofferenze della popolazione civile e sui rischi che ora corrono operatori di organizzazioni umanitarie, traduttori, mediatori culturali rimasti senza protezione. Per capire più a fondo quel che sta accadendo indaghiamo gli scenari geopolitici che si aprono dopo che Joe Biden ha annunciato di voler completare il ritiro entro l’11 settembre, anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, se non addirittura prima.

Se la Russia ha smentito di voler inviare truppe, la Turchia non nasconde mire egemoniche su quest’area. La settimana scorsa è diventata più concreta la possibilità che la Turchia si faccia carico della sicurezza dell’aeroporto di Kabul, nodo fondamentale per il fragile governo afgano.

Ancora più massiccia e strutturata è la presenza cinese, interessata alla stabilizzazione e alla ricostruzione del Paese, per poter affermare e rafforzare il proprio progetto della Belt and road, ma anche per poter controllare i movimenti islamici legati alla minoranza uigura. Resta comunque non del tutto chiara anche la posizione nordamericana.

La decisione di Biden di mettere fine alla foreverwar è davvero una decisione storica e una vittoria dei pacifisti come auspicheremmo? Oppure come denunciano alcuni analisti democratici e come riportato dal New York Times il piano effettivo è quello di passare a un diverso modello di antiterrorismo bellico per la regione afgana. Un sistema che invece di essere dispiegato goffamente da vicino, verrà gestito da lontano, attraverso droni e missili standoff e con blitz di forze speciali in elicottero. Per non parlare degli uomini schierati della Cia che sono almeno mille a fronte degli attuali 2.500 soldati.

Non distoglieremo lo sguardo dalla minaccia terroristica, ha promesso Biden nel propagandare il ritiro dall’Afghanistan chiedendo agli americani di fissare bene la Cina nel loro immaginario come nemico della sicurezza nazionale.


L’editoriale è tratto da Left del 9-15 luglio 2021

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