Rendere l’Afghanistan una zona sicura è, per la Cina, un tema pressante. Riconciliando governo nazionale e talebani, Pechino può infatti rafforzare gli scambi con Kabul, accelerare il piano della Belt and road e arginare l’insorgere dell’estremismo islamico di matrice uigura

A tremila metri di altitudine, in una striscia di terra tra Pakistan e Tagikistan, si estende il corridoio di Wakhan. Un territorio ai margini della vivibilità, solcato solo da animali selvatici e qualche rara carovana dei nomadi del Pamir. Quella stessa terra la attraversò Marco Polo per raggiungere la Cina. Fu raffigurata con colori surreali dal pittore russo Nicholas Roerich, suggestionato dalle visioni evocative delle sue vette remote. Il Wakhan è da secoli una delle porte d’accesso terrestri tra occidente e oriente. L’antica via della seta passava anche di qui, nonostante l’altitudine, le montagne, le basse temperature e le grandi distese disabitate. Sebbene ancora oggi il corridoio del Wakhan resti un territorio difficilmente accessibile, si sente in lontananza il roboare della Belt and road, che sopraggiunge ad aprire una via d’accesso per gli interessi cinesi in Afghanistan, ora che le truppe Usa e Nato cominciano ad abbandonare il territorio. Perché i progetti economici cinesi possano avere successo, però, al ritiro delle truppe straniere non deve corrispondere un aumento dei tumulti interni. Per questo la diplomazia cinese si è attivata presso i protagonisti del conflitto interno afghano, ovvero governo e talebani, proponendo dialoghi di pace tra le due parti e convocando un incontro con i ministri degli Esteri di Afghanistan e Pakistan.

Dopo venti anni di «guerra eterna», nella quale hanno perso la vita più di 200mila persone, l’impegno militare di Usa e alleati è giunto al termine. Un primo barlume di pace era stato scorto già nel 2014 con la presidenza Obama, cresciuto poi con Trump e ora giunto al suo massimo bagliore con Biden, assolutamente intenzionato a non protrarre oltre questa guerra. Davanti al ritiro del contingente statunitense, la Cina ha sollevato le sue preoccupazioni e allertato la comunità internazionale che un rientro troppo precipitoso e poco organizzato delle truppe potrebbe lasciare ampio spazio di intervento ai talebani che potrebbero sovvertire il governo di Ashraf Ghani, presidente afghano recentemente confermato per il suo secondo mandato. Il timore di una ricaduta bellica nasce dal mancato raggiungimento, ad oggi, di un dialogo di pace fra le due fazioni in lotta, ma anche dall’eco degli eventi che seguirono la guerra in Afghanistan terminata nel 1989, quando i mujaheddin, nell’arco di tre anni, riuscirono a rovesciare il governo di Najibullah.

Consapevole delle difficoltà politiche della missione, ma altamente interessata all’Afghanistan per il suo posizionamento strategico e le sue risorse minerarie, la Cina ha già avanzato proposte di dialogo per portare il governo di Kabul e talebani su un terreno di confronto. Negli scorsi anni, già a partire dal 2017, Cina, Pakistan e Afghanistan si sono incontrati in diverse occasioni per discutere delle prospettive economiche e industriali dei tre Paesi, sotto l’egida del progetto cinese Belt and road. Pakistan e Cina inoltre cooperano ormai da più di otto anni all’interno del Cpec, “China-Pakistan economic corridor”, un progetto dal valore di 62 miliardi di dollari, incentrato soprattutto sulla realizzazione di infrastrutture dedicate al trasporto e alla produzione energetica. Tuttavia, al momento, la Cina attribuisce grande importanza al porto di Gwadar, nel Pakistan sud-occidentale, molto vicino all’Iran e all’Afganistan, fondamentale per il commercio cinese con l’Asia centrale e l’Africa orientale. L’incontro trilaterale tra Cina, Pakistan e Afghanistan…


L’inchiesta prosegue su Left del 9-15 luglio 2021

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