Strappati alle famiglie per essere “rieducati”, poi sfruttati e violentati. Un’operazione razzista dal 1926 al 1972 nella “neutrale” Svizzera ai danni dei minori nomadi. Ora lo storico Thomas Huonker sollecita «un memoriale specifico per le vittime della campagna Kinder der Landstrasse»

«Si parla di memoria solo perché non esiste più» afferma lo storico francese Pierre Nora nel suo celebre saggio Les Lieux de mémoire, evidenziando il rischio che paradossalmente si corre nell’ufficializzare e istituzionalizzare gli eventi del passato: l’atrofizzazione della storia, l’impossibilità di mantenere un legame con il presente e di parlare alle nuove generazioni. Ma nel caso della Svizzera è forse piuttosto il tentativo di non perdere gli ultimi brandelli di un’eredità scomoda che ha portato alla richiesta di un memoriale ufficiale per le vittime del nazifascismo per merito di una mozione adottata dal Consiglio degli Stati – la Camera dei Cantoni – lo scorso 8 giugno. «Il memoriale avrà lo scopo di mantenere viva la memoria e di aumentare la consapevolezza dell’importanza della democrazia e dello Stato di diritto, soprattutto tra i giovani» recita il testo depositato.

La proposta, sostenuta dal senatore del Partito socialista Daniel Jositsch, è figlia di una petizione del 25 maggio inviata al Consiglio federale da parte di 150 personalità e 30 organizzazioni, ed è il segno che, dopo lunghi anni di silenzio e omissioni, la consapevolezza storica del Paese sta cambiando segno di marcia. A partire dalla fine degli anni Novanta la convinzione di una sostanziale neutralità e, anzi, di una “certa protezione” destinata a chi nella Seconda guerra mondiale fuggiva dal pericolo, è iniziata a crollare. Sia per una sorta di adeguamento alle politiche internazionali sulla memoria, sia per le scoperte ad opera di ricerche storiche più approfondite che, invece, denunciavano un profilo incerto – tra accoglienze e respingimenti – rispetto alle minoranze perseguitate. Ebrei, omosessuali, esponenti politici e membri della resistenza, rom e sinti.

La Svizzera comincia, dunque, a fare i conti con un passato che ha a lungo riposto in soffitta, ma a ben vedere i bauli contengono ancora molti scheletri: tra questi il progetto eugenetico nei confronti dei cosiddetti “Kinder der Landstrasse”, “I bambini della strada”.
Dal 1926 al 1972 la Svizzera, attraverso la fondazione Pro Juventute ancora attiva ai giorni nostri, ha infatti appoggiato una campagna che a scopo benefico si impegnava formalmente a rieducare i minori delle famiglie jenisch – la terza maggiore popolazione nomade europea -, ma che di fatto ha significato persecuzione e repressione.

«Si è trattato di sottrarre i bambini della popolazione jenisch con la convinzione che fosse necessario rieducarli, in quanto asociali e nomadi, con sistemi molto violenti – spiega Luca Bravi, ricercatore presso l’Università di Firenze – perché spesso venivano portati via di notte e gli veniva cambiato nome e cognome per renderli irrintracciabili». Allo scopo di combattere il presunto carattere nomade del gruppo, i bambini venivano così consegnati a…


L’articolo prosegue su Left del 16-22 luglio 2021

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