Lockdown, coprifuoco, smartwork totalizzante e turni estenuanti a rischio contagio. Dopo oltre un anno di pandemia, milioni di lavoratrici e lavoratori sono sfiniti. Nel mondo si riaccende la lotta per lavorare meno a parità di salario. E in Italia?

Infinite riunioni su Zoom, fino a tarda ora (perché in smartworking non si stimbra mai), che magari sarebbero potute essere qualche mail. Turni estenuanti nelle corsie dei supermercati, o negli altri avamposti produttivi e distributivi, a continuo rischio di contagio. Niente svago quando si stacca, negato dal combinato lockdown-coprifuoco che ha azzerato anzitutto la nostra dimensione culturale e ricreativa. Poche possibilità di spostarsi per una vacanza, per coloro che se lo potevano permettere. Relazioni interpersonali perlopiù congelate.

Per oltre un anno, al di là di qualche tregua concessa dal virus, è stato questo il copione delle esistenze di milioni di persone. Una condizione che ha portato molti individui a porsi interrogativi sulla propria vita lavorativa, specie per chi ha un impiego poco soddisfacente, oppure del tutto inutile, privo di senso. Quei bullshit jobs, fondamento del capitalismo globale contemporaneo, che l’antropologo radicale David Graeber ha saputo identificare e descrivere con schiettezza e ironia.

«Abbiamo avuto tutti un anno per valutare se la vita che stiamo vivendo è quella che vogliamo vivere» ha sintetizzato Christina M. Wallace, docente alla Harvard business school, a Kevin Roose del New York times, in un articolo che ha fatto discutere in tutto il mondo, dedicato alla Yolo economy. L’acronimo sta per you only live once, “si vive una volta sola”. Il neologismo coniato dal Nyt indica l’atteggiamento post pandemico adottato da molti giovani millennial che, incoraggiati da un mercato del lavoro in ripresa e dalla crescita delle vaccinazioni (malgrado le indecenti parate no vax tenutesi in varie parti del mondo) e forti dei risparmi raggranellati durante mesi di sopravvivenza casalinga, mostrano una più elevata propensione a rinunciare al “mito della carriera”, a rifiutare impieghi anche stabili ma poco flessibili oppure poco soddisfacenti, per ricercare un’attività che restituisca maggior senso alla propria vita.

Più in generale, il punto è che, dopo 17 mesi di emergenza sanitaria, milioni lavoratrici e lavoratori di ogni età sono sfiniti. Diverse grandi aziende, in particolare fra quelle più moderne e a più alto valore aggiunto, si…


L’articolo prosegue su Left del 30 luglio – 5 agosto 2021

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