Esce in Italia la prima edizione straniera del nuovo codice civile cinese. «Un affascinate ibrido in cui la millenaria cultura orientale incontra il diritto romano» dice il giurista che ha lavorato alla stesura insieme a colleghi delle università di Roma e di Wuhan

Frutto di un lavoro più che ventennale, il nuovo Codice civile della Repubblica Popolare Cinese, entrato in vigore il primo gennaio 2021 è stato ora tradotto in italiano da Huang Meiling. Pubblicato da Pacini giuridica è un’opera monumentale a cui ha lavorato per anni il docente di diritto romano e preside della Facoltà di Giurisprudenza de La Sapienza Oliviero Diliberto. All’ex ministro della Giustizia di due governi D’Alema (1998-2000) abbiamo chiesto di raccontarci la genesi e il significato che questo corpus giuridico assume per il futuro della Cina. «Intanto comincerei col dire che questa di Pacini giuridica è la prima e, per ora, unica traduzione del codice fuori dalla Cina. C’è poi la traduzione inglese ma è quella che hanno fatto in Cina e non è stata ancora pubblicata in altri Paesi».

Ripercorriamone le tappe. Come ha preso forma questo codice in cui si cerca di combinare l’economia di mercato con un forte indirizzo dello Stato in economia?
Vuole che le racconti la genesi del codice? È una storia lunga, iniziata all’inizio del secolo scorso quando, sul modello del Giappone, la Cina provò a dotarsi di un codice civile. Molte commissioni fallirono prima che venisse finalmente approvato un codice nel 1931. Di fatto però, non fu applicato, anche perché nel frattempo ci fu l’invasione della Manciuria, poi lo scoppio della seconda guerra mondiale e poi di nuovo la guerra civile e alla fine la vittoria di Mao dopo la Lunga marcia. Chiang Kai Shek scappò a Taiwan dove il codice civile cinese sarà così applicato. Nella Cina continentale non lo fu mai.

Qualcosa cambiò con l’apertura al mercato?
Avvenne a partire dalla seconda metà degli anni Settanta con l’arrivo al potere di Deng Xiaoping. Quando la Cina si aprì al mercato si rese conto di avere la necessità di regole che non esistevano perché il loro sistema non prevedeva la proprietà privata, non aveva contratti e non aveva il mercato. Le regole di diritto civile in quelle condizioni servivano pochissimo. Ma nel momento in cui cambiò l’economia ne ebbe bisogno. In quel momento avvenne un fatto casuale – ce ne sono molti in questa storia -, il decano della Facoltà di giurisprudenza di Pechino, Jiang Ping, venne a Roma per un convegno. Conosceva il diritto romano, da ragazzo, prima della rottura fra Cina e Urss, aveva studiato a Mosca. All’epoca il diritto romano era obbligatorio nelle Facoltà di giurisprudenza sovietiche. Poi a Roma il professor Ping incontrò il…


L’articolo prosegue su Left del 30 luglio – 5 agosto 2021

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