Entra nel vivo la rassegna cinematografica che da nove anni trasforma Amantea da deserto culturale a crocevia internazionale di intelligenze che contagiano invitando a capire, a riflettere. Grazie all’iniziativa del venezuelano Giulio Vita e dell’artista Sara Fratini

Nonna Saveria oggi ha 89 anni e con suo marito Antonio non perdevano un solo film italiano quando vivevano in Venezuela da emigrati. “Ne è arrivato uno con Totò e Tina Pica, mi diceva tornando dal lavoro alla compagnia telefonica, così subito correvamo al cinema. E poi Sordi, Gassman, il bianco e nero, che passione…”. Lei ci ha passato mezzo secolo a spaccarsi la schiena a Caracas, notte e giorno a cucire. “Anche a far da mangiare per i bambini più poveri, figli di migranti come me” – racconta –, mentre i Canadair volano bassi sulle colline della sua Amantea dopo aver raccolto l’acqua del mare Tirreno per domare gli incendi appiccati dall’uomo, puntuali, ogni estate. Raccoglie le verdure dell’orto Saveria, alzando lo sguardo dove le fiamme si sfrenano alle spalle del paesino vecchio, emozionante, una gemma incastonata come in una sorta di canyon dove magiche case sembrano sudare dalle finestre chiuse e avvilite da un destino a cui quella antica bellezza non era preparata. Non si è mai preparati di fronte allo sfascio, al disprezzo, allo sfregio, e questo è uno dei tanti pezzi di mondo maltrattati da una storia politica di malaffare e sopraffazione di pochi sul dorso dei tanti.

Siamo sulla costa ovest della Calabria, e qualche visionario però sta facendo la Storia spaccandosela anch’egli quella schiena per il bene comune, sperando forse contro ogni speranza, perché le cose forse mai cambieranno davvero ma sognando di restituire tutta la bellezza saccheggiata e fare di questo un posto sicuro, una “guarimba”, come dicono gli indios venezuelani. Al riparo dalle aggressioni del potere e dei colletti bianchi, imbracciando l’arma dolce e potente dell’arte “in un territorio dell’impossibile”. Lo “vede” così Giulio Vita, sangue italo-venezuelano, nipote di Saveria che alla sua età prende ancora la vecchia Punto – “mi hanno rinnovato la patente per altri due anni sa”, ci spiega orgogliosa – e stare in prima fila ogni sera a contemplare i cortometraggi in concorso a La Guarimba International Film Festival, alla nona edizione quest’anno, di cui Vita è fondatore insieme con Sara Fratini, giovane illustratrice e street artist di Puerto Ordaz, celebre per le sue delicate linee nere su sfondi bianchi.

In una città senza più una sala cinematografica, senza più una libreria (l’ultimo avamposto, si chiamava Il Caffè, ha chiuso), e un Comune sciolto per infiltrazioni mafiose con i suoi commissari indifferenti e ostili, La Guarimba, quel sogno di un “posto sicuro”, è un miracolo culturale, una dolce rivoluzione. Non l’esemplare rassegna estiva tra luci, festini, gamberoni alla griglia e glorie istantanee per vanti social, come tante. Qui c’è un’anima. Un progetto di rinascita, di restituzione alla gente del cemento armato per la costruzione della civiltà e della democrazia vera, alle quali non si potrà mai rinunciare. Non passerelle, né red carpet, non grandi nomi che acconsentono di calarsi nella bassa Italia soltanto perché pagati e alloggiati a cinque stelle, ma direttori artistici come Giulio a spazzare il fango: “Ho letteralmente le mani nella cacca, scusi, la posso richiamare?”, ci aveva detto giorni fa mentre con un gruppo di volontari bonificavano l’area del parcheggio dove si svolge il Festival e sono stati realizzati murales mozzafiato da due grandi colleghi di Sara: il brasiliano naturalizzato portoghese Paulo Albuquerque, in arte Cesáh, e lo spagnolo Mikel Murillo.

“Mai abbiamo pensato che sarebbe stato facile in questa regione selvaggia” dove, dice Giulio con quel morbido accento sudamericano, “le cose sono sempre esagerate, anche le complicazioni: qui, nel secondo anno della pandemia e del commissariamento, con il Parco che abbiamo riparato chiuso perché ritenuto inagibile dopo il crollo del centro storico, con tutti i bandi della Cultura regionali eliminati, proprio qui, abbiamo deciso di riportare il cinema alla gente e la gente al cinema”.

Così da nove anni il paese si trasforma da deserto culturale a crocevia internazionale di intelligenze che contagiano invitando a capire, a riflettere. E cambiare: nella stessa Amantea dove un anno fa piccoli politici boss gridavano allo scandalo per l’arrivo di tredici migranti pakistani positivi al Covid (furono infine deportati a Roma) incitando la popolazione a sdraiarsi a terra contro il loro trasferimento da Roccella Jonica, post sbarco, in una struttura della cittadina in attesa invece dei ricchi bagnanti da tutta Italia, il pubblico della Guarimba resta incollato allo schermo nei 12 struggenti minuti di The Delivery (La consegna), della regista turca Doğuş Özokutan, la storia di Yusuf che accetta di trasportare dei rifugiati in un camion frigorifero pur di far soldi e curare sua figlia, salvo poi accorgersi che tra questi ci sono molti bambini che non avrebbero mai potuto sopravvivere a quelle temperature.

La cronaca del dramma epocale di questi anni, che tocca ciascuno di noi, dall’Africa al Pakistan, dall’America Latina alla famigerata rotta dei Balcani, passando per quella Amantea che si sdraiò in terra. Le opere selezionate sono 172, provenienti dal Continente nero, dall’Asia, dall’Europa, dalle Americhe (il festival è partito con la proiezione di alcuni corti sulla diaspora venezuelana) e dall’Oceania, in tutto 56 paesi. E una cura particolare, unica probabilmente, sulla parità di genere: 94 dei film diretti da donne. “Dati poi che confermano la nostra missione di rappresentare culture, linguaggi e tradizioni diversi, portando ricchezza e varietà culturale in un paesino calabrese senza cinema”, afferma Giulio.

“Testardaggine calabra” e “speranza di cambiamento venezuelana” lo hanno spinto a mettersi all’opera individuando “uno spazio orrendo, simbolo del degrado sociale che vive il paese: un parcheggio poco distante dall’Arena Sicoli (storico cinema all’aperto, quando qui il cinema ancora esisteva, dove in origine si svolse il Festival, ndr), che abbiamo riparato e riaperto per la prima edizione e che oggi, purtroppo, è ancora chiuso”. In prima fila in quel parcheggio-cinematografo però c’è sempre il cuore del suo cuore calabro-venezuelano, nonna Saveria: “Giulio è la mia vita, soffro a vederlo combattere contro chi gli fa la guerra, ma lui sa come difendersi”, dice. Sa che suo nipote, qui, nella terra selvaggia, sta costruendo un pezzo di Storia.

Info su www.laguarimba.com/

Le foto sono di Valeria Bonacci