Per ridurre la durata dei procedimenti la “riforma Cartabia” conferma l’accanimento contro la prescrizione, uno degli istituti che garantiscono i cittadini dall’uso della forza da parte dello Stato. Si potrebbe invece ricorrere, per es., al potenziamento dei riti alternativi e delle depenalizzazioni

Anche l’ultimo studente di diritto sa che la prescrizione è un correttivo e un contenimento al potere repressivo dello Stato, e anche l’ultimo degli operatori del diritto sa, invece, che la prescrizione è il pungolo per accelerare i procedimenti evitando che si neutralizzino nella estinzione per l’eccessivo decorso del tempo.

Eppure la riforma del processo penale arrivata alla Camera nel luglio scorso (ovvero il Ddl 2435/21 recante la “delega al Governo per l’efficienza del processo penale e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari pendenti presso le corti d’appello”), che si propone di ridurre del 25% la durata dei procedimenti ricorrendo al concetto di “improcedibilità”, conferma l’accanimento contro l’istituto della prescrizione, dal momento che ormai l’opinione pubblica è stata indotta ritenere che sia il fulcro di tutte le ingiustizie, il punto debole dell’intero apparato normativo e giudiziario, e che, risolto quello, tutto il resto può essere annoverato tra le quisquilie risolvibili. Gli emendamenti introdotti dalla Cartabia sul ddl di Bonafede non sono migliorativi di una pessima riforma e deprimono il sistema giudiziario su aspetti ancora più preoccupanti.

Ogni volta che un processo con imputati eccellenti si è concluso con la pronuncia di prescrizione, anche grazie alla complicità di un giornalismo d’accatto, l’opinione pubblica è stata indotta a credere che la prescrizione fosse un istituto giuridico inserito nel sistema processuale per salvare i potenti dalle responsabilità, sicché la “riforma Bonafede” entrata in vigore l’1 gennaio 2020, oltre a rafforzare questa miope interpretazione, ha avuto come conseguenza quella di distogliere le persone comuni da una seria riflessione sulla responsabilità dello Stato e sulla necessità di intervenire con efficienza sul funzionamento dell’intero sistema giudiziario.

La “prima” riforma della prescrizione voluta da Bonafede è servita a dare soddisfazione alle “pulsioni” giustizialiste di magistrati in cerca di telecamere, alla frustrazione di masse forcaiole, e soprattutto all’ambizione di politici in malafede, mentre i dati sullo stato comatoso dei procedimenti penali non subiranno significative variazioni. I dati tratti dal ministero di Giustizia dicono che circa 125mila procedimenti l’anno si risolvono con prescrizione, ovvero circa il 12% dei procedimenti, di cui 56mila si prescrivono perché le procure arrivano in ritardo a formulare le imputazioni.

Quasi tutti i 125mila procedimenti riguardano reati minori, ed hanno come protagonisti persone comuni che sono incappate nelle maglie della giustizia per reati non gravi, spesso legati a situazioni di disagio economico e sociale, ma spesso legati anche ad azioni di protesta e dimostrative, e che a causa della lentezza della macchina giudiziaria, restano appesi ad un processo per anni.

La prescrizione nel nostro ordinamento è un diritto che non è legato in maniera semplicistica ai meccanismi che regolamentano il processo, perché la prescrizione non ha valenza processuale, ma sostanziale, e come tale è legata al principio di legalità. Il principio di legalità è un principio cardine di tutti gli Stati democratici e garantisce i cittadini dall’uso della forza da parte dello Stato. Se si considera che il diritto penale di per sé è repressivo, il principio di legalità è fondamentale per impedire gli abusi da parte del potere esecutivo, ed eliminare la prescrizione significa legittimare l’abuso repressivo dello Stato.

Smantellare la prescrizione è stato uno dei molteplici passaggi, messi in atto da tempo, per smantellare le garanzie democratiche con il consenso popolare. Abbiamo già leggi repressive, abbiamo già carceri fatiscenti e oppressive, abbiamo forze dell’ordine addestrate alla tortura, abbiamo le maggiori organizzazioni politiche (Lega, PD e Fratelli d’Italia, con il M5S in via di dissolvimento dopo aver fatto da stampella alle altre) sodali delle cd. lobby finanziarie e imprenditoriali, pronte a svendere i nostri diritti come se fosse l’unica loro missione.

Ebbene, di fronte a tutto questo diventa puro masochismo condividere lo smantellamento delle garanzie del sistema penale. Quando viene sbandierato l’esempio di come funziona la prescrizione negli altri Paesi, come sempre accade, la comparazione diventa un fuor d’opera, posto che negli altri Paesi i processi durano un terzo del tempo medio dei processi celebrati in Italia. Il profilo di incostituzionalità generale – che sfugge ai pentastellati ma non solo – risiede nel fatto che ogni persona, in uno Stato di diritto, deve conoscere il tempo entro il quale sarà giudicata la sua responsabilità penale, e non è concepibile, soprattutto in un contesto di grave lentezza nella celebrazione dei processi come quello italiano, inserire un meccanismo che si traduca in un “fine processo mai”.

La riforma Bonafede, monca nell’inquadramento sistematico, e pregna di finalità di basso profilo, ha avuto una prima modifica dopo meno di un anno sicché l’interruzione del decorso della prescrizione al termine del primo grado del giudizio è stata esclusa per le sentenze di assoluzione, rimanendo solo per le sentenze di condanna, maturando in questo caso, un ulteriore e diverso profilo di incostituzionalità per le conseguenze differenti che si determinerebbero in appello.

Per eliminare le storture dei tempi lunghi dei processi, con la “nuova” riforma del processo penale si sarebbe dovuto agire sul diritto penale e su quello processuale all’interno di una coerente riforma complessiva, con il potenziamento dei riti alternativi e delle depenalizzazioni, e non certo andando ad incidere su singoli istituti giuridici con il fine apparente di accorciare i tempi dei processi ma con la finalità sottesa di elidere le garanzie di difesa, tanto invise a pubblici ministeri in favore di telecamere.

I tecnicismi contenuti nella riforma Cartabia sulla domiciliazione dell’imputato assente, sull’acquisizione delle videoregistrazioni delle dichiarazioni delle persone informate sui fatti, sulla digitalizzazione e sugli adempimenti telematici, non incidono in maniera significativa sulla durata dei processi, anzi è assai probabile che le fasi di transizione renderanno i tempi ancora più lunghi.

Il disegno di legge dell’ex ministro Bonafede ha annoverato criticità rozze ma ha spianato la strada agli emendamenti presentati dal governo il 14 luglio scorso attraverso la ministra Cartabia che non si è fatta scrupolo di assestare un bel colpo alle garanzie dell’impugnazione in appello. E questo è forse politicamente l’aspetto più pretestuoso dell’intera operazione di riforma portata avanti dagli ultimi due ministri di Giustizia, dal momento che vi sono stati inseriti inutili tecnicismi, come ad esempio il mandato specifico al difensore per la proposizione d’appello, volti a rendere più difficoltosa la difesa per chi, generalmente, si affida a difensori d’ufficio, occasionalmente incaricati, e dunque parliamo di persone generalmente in fragilità sociale.

Altro passaggio critico della “riforma Cartabia” è la ghigliottina della improcedibilità che dovrà essere dichiarata dai giudici delle Corti d’Appello ove il procedimento non si concluda in due anni, e dalla Cassazione ove il procedimento non si concluda in un anno, con tempi prorogabili in determinati casi, e che comunque non sembra essere espressione di organicità e razionalità, quanto piuttosto una sforbiciata nel mucchio.

Un istituto inutile sarà sicuramente l’udienza filtro, un altro escamotage di cui non si stenta, sin da ora, a dichiararne l’inutilità con inevitabile allungamento dei tempi. Resta però il nodo più pericoloso e più demolitore del nostro sistema, inserito in sordina come necessità emergenziale, ma in realtà è il cavallo di Troia per la demolizione della tripartizione dei poteri. La rappresentanza, intesa come suprema espressione della sovranità popolare, è stata già neutralizzata con la riduzione del numero dei parlamentari mentre il potere legislativo è stato neutralizzato, di fatto, con la decretazione emergenziale dell’esecutivo. Il potere esecutivo si è già sovrapposto al potere legislativo, e ora, con questa riforma, si appropria anche del potere giudiziario attraverso un codicillo di cui, ovviamente, non si parla.

Tra gli emendamenti proposti dalla ministra Cartabia è stata inserita la proposta di affidare al Parlamento, che in questo passaggio sarà inevitabilmente condizionato dall’esecutivo, di stabilire i criteri generali di priorità dell’esercizio dell’azione penale, mandando a farsi friggere il principio democratico della obbligatorietà della azione penale.

Si affida dunque alle maggioranze parlamentari di turno l’indicazione di quali reati perseguire e quali no, in una deriva che, lungi dall’incidere sui tempi dei processi, in realtà va a minare l’attuale assetto dei rapporti tra i poteri dello Stato, sottomettendo la magistratura al potere esecutivo.
In questo pasticcio normativo, le conseguenze saranno scaricate sull’avvocatura che però non riuscirà a ridimensionare gli esiti nefasti di questa pessima riforma, scontando una farraginosità rimasta intatta, a fronte di norme che rendono più difficoltosa la difesa dei più deboli.

Quando nel 2020 è stata introdotta la riforma Bonafede che ha inserito nel diritto penale l’obbrobrio giuridico dell’interruzione del decorso dei tempi di prescrizione dal termine del primo grado di giudizio, tutti hanno gridato “olè” come quando il toreador infilza il toro morente. Solo che il toro doveva essere salvato e non ucciso, e il toreador in realtà era un brutale macellaio.
Torna alla mente Dick, il macellaio rivoluzionario che nell’Enrico VI di Shakespeare profetizzava: “Per prima cosa ammazzeremo tutti gli avvocati”, ma non riuscì nell’intento perché morì per primo, insieme ai suoi seguaci.

– L’autrice: Carla Corsetti è avvocato e segr. naz. Democrazia atea

 

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