Tra qualche mese l’Afghanistan sparirà dalle cronache quotidiane, perché i governi occidentali troveranno la formula meno indigesta per dire che dovremmo dialogare con i talebani

Individuare le categorie interpretative adatte per la comprensione di quanto sta accadendo in Afghanistan, è probabilmente il nucleo centrale della difficoltà narrativa, vista la complessità dei piani e la molteplicità degli aspetti da considerare. Anche la storia “italiana” ha un passato antico di nefandezze e violenze di matrice monoteista, che hanno raggiunto l’apice dell’orrore con l’Inquisizione.
L’inquisizione cattolica non può essere relegata alla sola dimensione religiosa connessa all’ortodossia in contrapposizione ai movimenti eretici, l’inquisizione fu arma di regolamentazione del potere in cui il peccato si faceva crimine pubblico. E le donne, nelle dinamiche di organizzazione del potere che usa l’oppressione religiosa, diventano il bersaglio primario della repressione.

L’Inquisizione, per mano dell’ordine dei mendicanti domenicani, fu responsabile del più grande femminicidio di massa della storia dell’umanità. Ora assistiamo impotenti al femminicidio di massa per mano dei domenicani d’oriente, i talebani, che ripercorrono la stessa categorizzazione dell’inquisizione, ovvero l’interpretazione della violazione della regola coranica come crimine pubblico da condannare con ferocia ed efferatezza.
Non più roghi, ma lapidazioni ed impiccagioni, ovviamente preceduti da stupri e torture. Ripercorrere le responsabilità di quanto accade in queste ore serve quantomeno a trasformare il senso di angoscia e di impotenza, che ogni persona intellettivamente sana prova nel pensare al destino segnato per le sorelle afghane, e a tradurlo in accusa verso soggetti politici e istituzionali.

Il popolo afghano è stato condannato nel 1979 con l’uccisione di Taraki, il quale, tra le altre riforme, aveva introdotto il voto alle donne e abolito i matrimoni forzati, oltre ad aver distribuito terre ai contadini. Il suo vice ministro diede l’ordine di ucciderlo in accordo con la CIia che non gradiva la svolta socialista impressa da Taraki.
L’invasione russa che ne seguì solleticò l’intromissione Usa che da allora, insieme agli alleati di sempre, ovvero i sauditi, finanziò i talebani in funzione antisovietica. Con l’uscita di scena dei sovietici, il potere fu preso dai Mujaheddin i quali proclamarono lo Stato islamico dell’Afganistan, con il pieno appoggio degli Usa.

I talebani presero il sopravvento sui Mujaheddin fino alla decisione Usa del 2001 di invadere l’Afghanistan per “esportare democrazia”. In questi venti anni i talebani hanno stemperato le rozzezze diplomatiche, si sono arricchiti oltre ogni misura con il commercio dell’oppio, hanno comprato armi dai sauditi, hanno rafforzato la coesione ideologica anche attorno alla narrazione della necessità di liberare le terre dell’islam dall’invasione dei crociati.

Ora hanno già dato prova di comandare con il terrore, vigliacco e omicida, come tutti i governi nei quali la religione diventa legge di Stato. Quanto all’oppio, nel primo periodo di occupazione gli Usa si sono vantati di aver distrutto intere piantagioni di papavero afghano, ma hanno omesso di dire che in quel periodo si è avuta una preoccupante siccità che ha distrutto ogni forma di coltivazione, e che dunque i “meriti” erano attribuibili, piuttosto, alle condizioni metereologiche.
Negli anni successivi la produzione di oppio controllata dai talebani, sotto l’occhio complice della Cia, si è espansa grazie anche ad “agenti di commercio” albanesi, fino a coprire oggi tra l’85 e il 90% del “fabbisogno” mondiale di eroina e metanfetamine.

Non c’è soltanto l’ambasciatore russo Zamir Kabulov ad accusare la Cia di aver consentito l’esportazione dell’oppio verso l’occidente e verso l’Asia, anche altri osservatori, come ad esempio David Mansfield, docente della London School of Economics and Political Science, sostengono che i talebani riscuotono una tassa sulla produzione e sulla vendita, ma non producono né raffinano direttamente. In questi venti anni sono stati spesi centinaia di miliardi di dollari per sostenere governi fantoccio, per addestrare milizie governative corrotte, per creare apparati istituzionali fasulli, che si sono sbriciolati come neve al sole.

Ci vorrà qualche mese e l’Afghanistan sparirà dalle cronache quotidiane, perché i governi occidentali troveranno la formula meno indigesta per dire che dovremmo dialogare con i talebani.
Del resto finanziamo Erdogan, abbiamo autorizzato la vendita di armi all’Arabia Saudita, sapendo dei buoni rapporti che aveva con i talebani, non c’è una sola forza politica in Parlamento che non abbia una responsabilità morale per aver rifinanziato le missioni di “pace”, e l’Afghanistan ha una collocazione geografica troppo strategica per lasciarla nelle sole mani della Russia e della Cina.

Gli occhi delle sorelle afghane non hanno più lacrime per piangere e i nostri cuori affranti non trovano pace mentre immaginiamo il terrore che le invade.
In tutto questo orrore, possiamo solo odiare gli indifferenti.

L’autrice: L’avvocato Carla Corsetti è segretario nazionale di Democrazia atea

 

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