La forza del colore, lo squillante verde mela de "la fine di Dio", tassello fondamentale della omonima serie del ’63-’64, la potenza di quest’immagine che evoca la nascita appaiono dirompenti sulle bianche pareti di Santa Maria Regina della Purità nel complesso dell’ex Conservatorio delle orfane a Terra Murata

Chissà come avrebbe reagito Lucio Fontana nel vedere la sua Fine di Dio esposta in una cappella, per quanto oggi faccia parte di un complesso universitario distaccato dell’Università Orientale di Napoli.
Accade nella splendida isola di Procida (capitale della cultura 2022) dove dal 2 al 5 settembre si svolge la mostra di arte diffusa Panorama curata da Vincenzo de Bellis (direttore associato e curatore per le arti visive del Walker art center di Minneapolis).
Una provocazione? Piuttosto, oseremmo dire, una plastica dimostrazione della forza dirompente dell’arte di Fontana capace di risemantizzare e di umanizzare anche un contesto “sacro”.

La forza del colore, lo squillante verde mela di questa opera, tassello fondamentale della omonima serie del ’63-’64, la potenza di quest’immagine che evoca la nascita appaiono dirompenti sulle bianche pareti di Santa Maria Regina della Purità nel complesso dell’ex Conservatorio delle orfane a Terra Murata.
Questa installazione di Tornabuoni arte (che insieme alla rete di gallerie Italics ha promosso questa esposizione) ci ha spinto ad andare a curiosare nella storia critica di questo ciclo di opere che segnò la maturità di Lucio Fontana: nell’Italia democristiana di allora l’artista italo argentino osò un titolo che da molti fu giudicato blasfemo. Tanto che la galleria dell’Ariete le espose senza citarne alcuno. Ma cosa di questa creazione faceva scandalo? Guardiamola più da vicino. La cifra di questa, come di tutta la trentina di opere astratte che compongono l’intero ciclo, è la misura in scala umana: 1,78 di altezza. Ciascuna di esse si presenta con un’enigmatica forma ad uovo, rastremata verso l’alto. Nel contesto dell’abside non può non richiamare alla mente l’uovo carico di simbolismi della Sacra conversazione di Piero della Francesca conservata a Brera. Ma qui non c’è l’intonsa e ideale perfezione dell’uovo appeso sopra la testa della Vergine.

L’opera ovoidale di Fontana, ricoperta da un pastoso strato materico appare felicemente profanata da buchi che aprono a una dimensione spaziale sconosciuta. Altre varianti de La fine di Dio sfoggiano perfino lustrini «come il corpetto di una ballerina», come notò Cesare Brandi, cogliendo l’aspetto femminile e carnale dell’opera.
Insomma la storia della ricezione de La fine di Dio ci dice che il suo aspetto dissacrante e insieme introspettivo fu a lungo oggetto di equivoci e malintesi. Basti dire che la galleria Marlborough propose a Lucio Fontana di esporre la serie a dicembre con il titolo Uova di Natale. Cosa che l’artista cercò in ogni modo di scongiurare perché per lui non si trattava affatto di un gioco, di uno sberleffo, al contrario quelle opere erano una faccenda molto seria. A seconda di come venivano illuminate, avvertiva l’artista, potevano avere anche rivelare un…


L’articolo prosegue su Left del 3-9 settembre 2021

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