In 48 ore sono state raggiunte 220mila firme per la depenalizzazione della cannabis. Legalizzare, controllare, tassare è l'unica strada sensata contro il mercato illecito gestito dalle mafie che spinge a passare ad altre sostanze più nocive

Le 220mila firme in 48 ore per il referendum di depenalizzazione della cannabis sono un risultato politico spaventoso, in netta controtendenza con la narrazione che descrive i cittadini lontani dalla partecipazione politica e disinteressati. Se fossimo un Paese normale al posto di sentire Giovanardi o Santanché cianciare di pericolosi scenari (che come al solito non sono supportati da nessun dato ma semplicemente da un miope perbenismo che attanaglia i conservatori) staremmo discutendo di come alla politica probabilmente manchino i temi e gli strumenti per favorire la partecipazione. La firma attraverso l’identità digitale (Spid) ad esempio ha improvvisamente rinvigorito lo strumento referendario che ultimamente appariva sempre di più anacronistico e apre scenari molto interessanti per nuovi modelli di partecipazione.

Ma il referendum sulla cannabis è un tema che ne tocca molti altri e che permette di porre l’accento su aspetti che per anni sono stati sottaciuti (mentre alcuni partiti, dai Radicali a Possibile, hanno continuato a tenere la barra dritta e a fare costante e informata sensibilizzazione). Sulla giustizia, ad esempio, che è un tema che sembra interessare praticamente tutti, ci si potrebbe confessare che il 35% dei detenuti ha violato le leggi sulle droghe e il 25% di chi si trova in carcere è tossicodipendente: la risposta penale alle droghe non solo non funziona ma costa moltissimo. La regolamentazione del mercato porterebbe dei benefici diretti su molti fronti, non solo in termini di sovraffollamento ma anche in termini di riduzione delle spese di repressione e di ordine pubblico e sicurezza. Per avere un’idea di quanto si risparmierete basti pensare che il professor Ferdindando Ofria, professore associato all’Università di Messina e il suo team, ha calcolato in 541,67 milioni la diminuzione per le spese di magistratura carceraria (calcolata sul numero di detenuti arrestati per possesso di droga leggera e detenuta in carcere) e 228,37 milioni di euro per spese legate ad operazioni di ordine pubblico e sicurezza. Questi sono i numeri, è possibile ragionarci senza troppi pregiudizi?

Intanto partono i soliti slogan di chi sul tema insiste proponendoci pregiudizi che sembrano comunque funzionare. Ci si dice, ad esempio, che il consumo di cannabis favorisce poi il passaggio a droghe più pesanti. È uno dei ritornelli che ritorna praticamente sempre: eppure numerosi studi hanno dimostrato che l’uso di cannabis non facilita il passaggio a sostanze più pericolose, addirittura l’uso frequente lo inibisce. Secondo uno studio pubblicato nel 2014 su Jama (Journal of the American Medical Association) gli Stati che hanno legalizzato la cannabis terapeutica hanno un tasso medio annuo di mortalità da oppioidi inferiore del 24,8% rispetto agli Stati che non l’hanno regolamentata. L’unico reale collegamento fra sostanze che hanno usi personali e sociali differenti rimane il mercato illegale. Sapete qual è l’unico reale collegamento? Il mercato illegale che spinge a passare a altre sostanze, esattamente quel mercato che con la legalizzazione si vorrebbe finalmente disarticolare, tra l’altro togliendo soldi alle mafie che tengono in mano le redini di quel mercato. Come scrive benissimo Civati (che sul tema lavora da anni) la legalizzazione peraltro aumenta (non diminuisce) la distanza da altre sostanze, che rimarrebbero illecite e non sarebbero certo vendute da chi offre cannabis, come accade ora. La legalizzazione distingue la cannabis da altre sostanze più nocive, in termini di impatto sull’organismo e di dipendenza.

A proposito di soldi: che il mercato della droga sia il cuore degli affari delle mafie in Italia è roba che ormai sanno anche i sassi (forse perfino Salvini e Giovanardi): la legalizzazione è una manovra economica che vale miliardi di euro (tra risparmi e entrate fiscali, dirette e indirette), decine di migliaia di posti di lavoro (legali) nelle stime più prudenti, la riduzione della liquidità della mafia e del suo raggio di azione, in contatto con la popolazione, la possibilità di utilizzare le ingenti risorse recuperate per la prevenzione e per la sanità. La criminalizzazione di comportamenti di minimo impatto sociale (mentre rimangono impuniti reati e comportamenti ben più rilevanti dei colletti bianchi e delle mafie) è la strada sbagliata e i risultati lo dimostrano.

Legalizzare, controllare, tassare è l’unica strada sensata. Un giorno riguarderemo questi tempi con gli stessi sorrisi quasi stupiti che riserviamo al  proibizionismo statunitense degli anni 20 in cui la gente rivendicava il diritto di bersi una birra (a proposito di danni, andatevi a vedere gli studi sull’alcol, sempre a proposito di proporzioni). Resta da decidere se si vuole abitare nel passato o nel futuro.

Fatela girare, insomma, quest’idea di firmare il referendum.

Buon martedì.

 

 

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