Radicamento sociale e valorizzazione delle reti associative. Un nuovo patto per il lavoro e parità di accesso ai servizi. Ospedali di comunità, alloggi pubblici distribuiti in tutta la città, riduzione delle distanze facendo di Roma la metropoli dei "15 minuti". A colloquio con l’ex ministro e candidato sindaco del Pd Roberto Gualtieri

«Vado tutti i giorni nei mercati, nelle strade, nelle piazze, per parlare con le persone: a Magliana, San Basilio, Montagnola, Torre Maura, Tor Bella Monaca, Ostia… Parlo con centinaia di cittadini, e avverto principalmente due sentimenti», racconta l’ex ministro Roberto Gualtieri candidato a sindaco di Roma del Pd. Il primo è l’esasperazione per l’abbandono e l’incuria della città: le strade sporche, il verde non curato, i trasporti inefficienti, molto spesso l’assenza di servizi nei quartieri. Uno stato d’animo che spesso sfocia nella sfiducia che tutto questo possa cambiare.

I romani si avvicinano all’appuntamento elettorale del 3 e 4 ottobre senza farsi troppe illusioni?

In realtà, accanto alla sfiducia, c’è un secondo sentimento, che vedo crescere ogni giorno, è la speranza. Mi scrutano per capire: potrà lui migliorare le cose? E soprattutto mi chiedono vicinanza, ascolto, presenza, partecipazione. Per me è un’esperienza straordinaria anche sul piano umano, e mi convince ancora di più del fatto che la buona amministrazione e il recupero di un vero radicamento sociale e territoriale devono marciare di pari passo. E che il coinvolgimento delle reti associative, sarà centrale per la rinascita di Roma.

Lei ha detto che il governo cittadino di Virginia Raggi ha avuto una deriva di destra. Quali sono stati a suo avviso gli aspetti più deleteri?

Il voto massiccio delle periferie è stato completamente tradito. Non c’è stata solo l’inefficienza nell’amministrazione e nell’erogazione dei servizi, che viene pagata in primo luogo dalle persone e dai territori più deboli, ma precise scelte politiche di stampo conservatore. Penso ai tagli alla spesa sociale, all’assenza totale di una politica per la casa, alla politica dei bandi e alla chiusura nei confronti del mondo dell’associazionismo sulla gestione dei beni comuni, al minimo storico toccato dalla spesa per investimenti, e potrei continuare a lungo. È un approccio che peraltro non mi sembra in linea con le posizioni assunte dal M5s a livello nazionale e che infatti, come è noto, ha visto dissociarsi diversi esponenti romani. Per noi la ricucitura fra le varie parti della città e la riduzione delle distanze e delle diseguaglianze è una assoluta priorità.

A Roma la destra è molto forte e radicata. Formazioni di estrema destra si sono infiltrate nei quartieri più disagiati fingendo di fare quel lavoro di aiuto sociale che una volta faceva il Pci. Come si contrasta tutto questo?

Questi fenomeni sono anche responsabilità della sinistra, che per una certa fase ha smarrito alcune dimensioni fondamentali della propria funzione. Da ministro credo di aver dimostrato concretamente che l’attenzione all’equità sociale, al lavoro e al welfare è non solo compatibile ma necessaria per il sostegno alla crescita e allo sviluppo. Noi a Roma ripartiamo da qui, e stiamo finalmente recuperando la nostra dimensione e il nostro radicamento popolare. In alcune parti della città ci sarà molto da lavorare, penso a zone come Tor Bella Monaca dove la criminalità organizzata non gestisce solo lo spaccio ma anche le case e forme di “welfare mafioso”. Dall’altra parte però ci sono associazioni che fanno un lavoro straordinario e che vanno sostenute, nel quadro di una politica integrata per il lavoro, la casa, i servizi di prossimità, la partecipazione sociale e culturale, la legalità.

Roma è Capitale delle disuguaglianze documentano molti studi e nuove pubblicazioni. Cosa fare per combatterle?

Innanzitutto due cose. Un grande patto per il lavoro e lo sviluppo con le forze sociali e produttive per aprire una nuova stagione di concertazione territoriale con una forte attenzione alla riduzione delle diseguaglianze socioeconomiche: marchio di qualità del lavoro, attenzione alle piattaforme digitali, piano di azione per territori a disoccupazione zero, agenzia del lavoro e della formazione. In secondo luogo investiremo sulla città dei 15 minuti, che non significa solo realizzare, anche con le risorse del Pnrr, servizi vicini ai cittadini in tutti i quartieri, ma anche sostegno a un’idea di città della cura e della nuova economia della prossimità, capace di produrre comunità. Particolare importanza poi deve avere il rilancio di una politica per la casa.

Durante un incontro pubblico in uno spazio occupato e molto attivo culturalmente come Spin Time lei ha proposto un piano chiamato “Da casa a casa” per far trovare un alloggio a chi vive nelle occupazioni. Si tratta comunque di sgomberi, però fatti senza lasciare gente per strada?

Innanzitutto bisogna potenziare in modo significativo l’offerta di edilizia residenziale pubblica oggi del tutto inadeguata. In secondo luogo occorre far scorrere le graduatorie ripristinando la legalità e distinguendo tra chi ha diritto ad un alloggio e deve trovare una sistemazione alternativa, e chi, spesso famiglie e organizzazioni criminali, occupa e gestisce il racket delle case pur avendo notevoli disponibilità economiche. Inoltre, bisogna superare il modello di edilizia sociale verticale che concentra le situazioni di disagio in alcune zone e passare a un modello “orizzontale” che distribuisca gli alloggi pubblici in modo più omogeneo in tutta la città. Infine, creeremo un’Agenzia per le politiche abitative di Roma Capitale, incaricata di coordinare l’intero nostro piano per la casa e di prevedere sostegno agli affitti per le fasce di giovani e di precari.

Qual è il suo piano per rafforzare la sanità pubblica?

Roma deve mettere al centro l’assistenza domiciliare, di prossimità e la telemedicina. Con le risorse del Recovery realizzeremo sessanta case di comunità, 15 ospedali di comunità, 15 centrali operative per la telemedicina e il tele monitoraggio. Al tempo stesso coinvolgeremo tutti gli attori in campo, a partire dai medici della medicina territoriale e dalla rete diffusa delle farmacie. Altro aspetto fondamentale è l’integrazione sociosanitaria, che deve coinvolgere le Asl, i municipi e la rete del Terzo settore e del volontariato.

Lei ha incontrato di recente la sindaca di Barcellona Ada Colau che ha lavorato molto per il rafforzamento della coesione sociale pensando a una città a misura di donne, bambini, anziani, investendo molto su servizi di cura, anche della malattia mentale. È un modello che la ispira?

Certamente. La città dei 15 minuti è la frontiera dell’innovazione urbanistica, ambientale e sociale da Parigi a Barcellona a tante altre metropoli internazionali. È il punto centrale del nostro programma per cambiare la qualità della vita a Roma. Significa migliorare i trasporti e l’accessibilità investendo su trasporto pubblico, mobilità dolce e isole verdi, significa servizi di prossimità in tutti i quartieri: asili, biblioteche, parchi, aree sportive, spazi di co-working, assistenza sociosanitaria, luoghi di cultura. Significa valorizzare le reti sociali e territoriali, dando un ruolo anche ai negozi di quartiere, alle edicole, alle associazioni, al volontariato, valorizzare la dimensione collaborativa dei servizi. Anche grazie alle risorse del Pnrr tutto ciò è possibile. A Barcellona ho studiato in particolare la realizzazione delle superilles, “superblocchi” di edifici dove sono privilegiati gli spazi pedonali, il verde, la vita di relazione.

Commentando su Left la proposta di Calenda di un museo unico per Roma Salvatore Settis notava quanto di rado i politici italiani mettano la cultura al centro dei loro programmi. E anche quando vi pongono attenzione lo fanno senza informarsi, senza lungimiranza, considerando il patrimonio d’arte solo nei valori economici e non culturali. Che ne pensa?

Il patrimonio storico culturale e artistico di Roma deve essere centrale nelle politiche pubbliche. Ciò richiede però l’ascolto e il coinvolgimento della ricca e qualificata comunità scientifica che studia e conosce a fondo l’archeologia, la museologia, la storia dell’arte etc., altrimenti si rischia di presentare proposte approssimative e sbagliate come quella del museo unico. Roma ha una storia museale stratificata e diffusa che va protetta, ma anche valorizzata e messa in rete, integrando e coordinando la gestione e la fruizione di musei e aree archeologiche appartenenti a diversi soggetti per potenziare la fruizione dell’intero patrimonio della città in tutte le sue epoche, nel rispetto delle collezioni storiche e creando sinergie, reti e percorsi museali. Noi proponiamo poi di istituire il Museo della Storia di Roma come “porta di accesso” ai musei e alle aree archeologiche e artistiche di Roma e la Città della Scienza. Più in generale, creeremo il Consiglio della cultura di Roma, presieduto dal sindaco e aperto ai diversi attori istituzionali e protagonisti del mondo della cultura per disegnare un piano di azione strategico e accrescere qualità, libertà e diversificazione delle iniziative e dell’offerta culturale. Infine, sarà centrale il rapporto col mondo dell’Università che costituisce una risorsa fondamentale di Roma che deve essere una vera capitale della cultura e della conoscenza.

* L’appuntamento: Il 22 settembre alle 20 a Roma (luogo in via di definizione mentre scriviamo) incontro con il candidato a sindaco di Roma Roberto Gualtieri (Pd), Valdo Spini, Kwanza Dos Santos e altri. Modera Simona Maggiorelli, direttrice resp. Left


L’articolo prosegue su Left del 17-23 settembre 2021

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