Maltrattamenti. Violenze “sessuali”. Abusi psicologici. Discriminazioni. Lavoro minorile. Adozioni forzose. Tratta. Quasi ovunque nel Vecchio continente da decenni è violato il diritto di protezione dei minori. Di fronte all’inerzia dei governi, associazioni e Ong di 17 Paesi si sono rivolte al Consiglio d’Europa. Dati alla mano i casi sono decine di migliaia

«Le nostre madri ci sono state nascoste, spesso denigrate ai nostri occhi. Le hanno messe incinte e poi gli hanno portato via i figli. Noi. È avvenuto quasi sempre con la forza, come se madri e figli fossero oggetti senza cuore, senza affetti, senza intelligenza. Solo corpi da smaltire. E la sofferenza della separazione brutale per la madre e il bambino? E la rottura del legame affettivo? Come abbiamo tutti, madri e figli meticci, continuato la nostra vita? Abbiamo ricostruito la nostra storia con pezzi di parole pescate qua e là sopra le nostre piccole teste con molti pezzi mancanti. Pezzi mancanti fino ad oggi. Io sono stata mandata lontano da mia madre, in un Paese lontano che non parlava la sua lingua, la nostra lingua. Una lingua che ho perso. Non l’ho più vista e ho pensato che mi avesse abbandonato. Solo molto più tardi ho capito che non aveva potuto impedirlo. Perché ero stata rubata».

Il Belgio e i conti aperti con il colonialismo
La protagonista di questa storia si chiama Yanine ed è una métis. Così vengono chiamati in Belgio coloro che sono nati in Congo, Ruanda o Burundi da madre indigena e padre belga durante il periodo coloniale belga (che si è protratto dal 1885 al 1962). Strappata a forza ancora bambina dalla mamma rimasta in Congo e a sua volta abbandonata dal padre, Yanine è stata portata in Europa e qui è stata rinchiusa in un istituto religioso, infine affidata a una “nuova” famiglia. A decine di migliaia – almeno 15mila, forse 20mila, ma il numero reale è ignoto -, hanno subito la sua stessa sorte: rinchiusi in orfanotrofi o collegi gestiti da congregazioni religiose cattoliche (suore di Notre dame, frati Maristi etc) e poi affidati a famiglie residenti per lo più in Francia, Stati Uniti e Olanda. «In tanti chiediamo da anni un riconoscimento formale del crimine subito da parte del governo belga. Ma senza fortuna, a parte una richiesta di perdono espressa nel 2018 per la prima volta da Bruxelles».

Raccolgo questa denuncia da Olivier Lendo nell’ambito di un simposio europeo sulla violenza contro i minori, discriminazioni di vario genere, riduzione in schiavitù, abusi, lavoro minorile, sfruttamento e adozioni illegali organizzato a Berna dalla Fondazione Guido Fluri dal titolo “Justice initiative”. Olivier si trova a Berna in rappresentanza di alcune associazioni di métis vittime di furto e deportazione di Stato. Obiettivo dell’incontro è la redazione di un testo condiviso da associazioni per i diritti umani e Ong di 17 Paesi diversi (tra cui l’Italia rappresentata da Rete l’abuso onlus), da presentare sotto forma di mozione al Consiglio d’Europa per sensibilizzare i governi europei da sempre poco concentrati su tutto ciò che riguarda il mondo dell’infanzia e i suoi diritti (vedi box a pag. 8).

La scintilla svizzera
La Fondazione G. Fluri è nota per aver lanciato diversi anni fa, in Svizzera, la campagna “Iniziativa per la riparazione” che ha permesso di riconsiderare i diritti e la storia dei bambini, molti dei quali di etnia Sinti e Rom, che durante il secondo Novecento erano stati sottratti alle loro famiglie naturali e collocati forzatamente in istituti o altre famiglie (e qui molti di loro abusati), e altre vittime di misure coercitive. La campagna è stata talmente un successo che nella Confederazione elvetica quasi 10mila persone colpite da queste misure hanno ricevuto dallo Stato un contributo di solidarietà per un totale di 300 milioni di franchi. Justice initiative 2021 altro non è che l’ampliamento del raggio d’azione di quella esperienza al di fuori della Svizzera attraverso la costituzione di una solida rete europea di attivisti, giuristi e operatori per i diritti umani, in grado di fare adeguata pressione presso le diverse istituzioni, compreso il Parlamento Ue.

In quasi tutta Europa, infatti, come vedremo in queste pagine per decenni è stato violato il diritto di protezione dei minori. E accade tuttora. Gli abusi più gravi si sono verificati, e si verificano, soprattutto nelle istituzioni statali o religiose, ma anche purtroppo in famiglia. In molti casi, le autorità statali sono state in parte responsabili delle sofferenze subite, o non hanno protetto adeguatamente i bambini. Fino ad oggi nella maggior parte dei Paesi europei questi crimini non sono stati affrontati ed elaborati a livello di opinione pubblica. E questa mancata elaborazione spesso si interseca con altre carenze e ritardi.

Il Belgio, per esempio, come del resto l’Italia, è uno dei tanti Paesi europei che non ha ancora fatto fino in fondo i conti con il suo passato coloniale. E questo, come anche il razzismo purtroppo ancora radicato nella società civile, rende difficile la battaglia delle migliaia di métis che chiedono giustizia. Di qui l’idea di entrare a far parte di Justice initiative. «Il Belgio – racconta Olivier Lendo – immaginava la sua colonia come cattolica, bianca, di estrazione sociale piuttosto aristocratica. In realtà esercitava il proprio potere con il terrore e un’autorità assoluta sui nativi, basando questa autorità su un’idea di superiorità morale e razziale che non poteva essere contestata in alcun modo. Questo – prosegue Lendo – comprendeva anche il divieto di relazionarsi con i “negri”. Ma ciò non significava che il sesso interrazziale fosse scoraggiato.

Il bianco colonizzatore e la nera sottomessa non potevano sposarsi ma il bianco aveva diritto al suo godimento sessuale come del resto si racconta nel famoso romanzo autobiografico dell’amministratore coloniale Jef Geeraerts, Cancrena. Venere nera, che è stata una lettura obbligatoria per gli studenti di lingua olandese in Belgio e nei Paesi Bassi fino al 2020». E qui si sprecano le analogie con il «madamato» che andava molto in voga durante il colonialismo italiano in Africa. Basti pensare a Indro Montanelli fieramente e fascistamente convinto di aver fatto del bene a Destà, la bambina etiope «comprata assieme a un cavallo e un fucile per 500 lire» dal “gran maestro” del giornalismo italiano che si beava nel definirla «animalino selvatico ma docile».

Di questo stesso razzismo misto a misoginia era imbevuto il colonialismo belga e sebbene i “mezzosangue” fossero considerati – appunto – a metà tra neri e bianchi e quindi godessero di più diritti delle loro madri native, avendo possibilità di accesso all’istruzione media e a posti riservati nel servizio civile e nell’esercito, a un certo punto vennero visti come una grave minaccia per i dominatori, convinti che la «goccia di sangue bianco» presente nelle loro vene avrebbe potuto scatenare delle rivolte. Ed è stato così che fu messo in atto un gigantesco rastrellamento nell’immenso territorio coloniale per individuare i bambini métis, sottrarli alle loro madri e rinchiuderli in istituti religiosi in attesa di essere venduti a “civili” occidentali residenti in Paesi lontani.

La storia dei métis belgi riporta alla mente il furto sistematico dei neonati accaduto in Argentina durante la dittatura civico-militare del 1976-83 quando centinaia di bambini figli di desaparecidos furono sottratti dai militari golpisti, con la complicità di ecclesiastici, ai genitori naturali per essere affidati a famiglie considerate ideologicamente adatte a educare un bambino lontano dal possibile contagio della sovversione in quanto di provata fede cristiana e di costumi occidentali. Il generale Videla, con la benedizione della Conferenza episcopale argentina e il sostegno delle multinazionali straniere nordamericane ed europee, definiva infatti terrorista chiunque avesse idee «contrarie alla civiltà cristiana occidentale». Quindi per “salvare” la società argentina era necessario che i figli dei “sovversivi” fossero separati dalla famiglia naturale perché erano come «semi dell’albero del diavolo».

300mila bambini rubati in Spagna
Lo stesso “sistema” prima ancora che in Argentina era stato rodato e applicato con successo per decenni nella cattolicissima Spagna del dittatore fascista Francisco Franco. Qui, sin dalla fine degli anni Trenta, con inganni e ricatti perpetrati da suore, preti e medici corrotti, all’interno di strutture gestite da ordini religiosi operò una organizzazione ramificata che aveva il compito di togliere i figli…


L’inchiesta prosegue su Left dell’1-8 ottobre 2021

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