Siamo a circa 700 incidenti mortali sul lavoro, solo in quest'anno. E quei morti dimenticabili continuiamo a dimenticarceli. Cosa dovrebbe accadere più di così perché sia un'emergenza? Cosa, peggio di così?

Il precipizio della responsabilità sociale si tocca ogni volta che una certa categoria di morti diventa arida come un capitolo di bilancio, aggiornato per le entrate e per le uscite e in attesa della fine dell’anno per poterci tirare una riga. Se dovessimo trovare il sintomo di una strage che non ha possibilità di arrestarsi probabilmente la velocità con cui dimentichiamo i morti sarebbe il più importante e il più significativo.

I personaggi televisivi morti no, non ce li dimentichiamo, ogni volta ci imbattiamo in qualche amarcord per celebrarne l’anniversario. I politici morti li leggiamo sui cartelli all’inizio delle strade o nei nomi delle piazze, ci si passa per andare al lavoro tutti i giorni. I grandi dell’arte e della cultura li studiamo a scuola. I calciatori morti stanno nei nomi delle curve, delle sale dello stadio, stampati sulle maglie che rimangono esposte sulle bancarelle. I morti sul lavoro invece durano un giorno, se hanno fortuna, stanno in un trafiletto di cronaca e poi evaporano e diventano numero. E quelli che si meritano una citazione sulla stampa sono perfino privilegiati perché molti non hanno nemmeno la soddisfazione di esistere, come non esistevano nemmeno da vivi nella loro funzione da lavoratori. Più i morti sono dimenticabili e più la strage si può svolgere senza disturbare troppo i manovratori: i morti dimenticabili sono solo vittime necessarie, inevitabili, collaterali.

L’altro ieri  è precipitato da una scala nell’officina di sua proprietà a Nichelino. Aveva 72 anni, 72. Jagdeep Singh, 42 anni, e Emanuele Zanin, 46 anni lavoravano per la ditta «Autotrasporti Pe» di Costa Volpino che lavora in subappalto per la monzese «Sol Group spa». L’altro ieri hanno perso la vita soffocati dall’azoto liquido durante un rifornimento della sostanza all’ospedale Humanitas di Pieve Emanuele in provincia di Milano. Sono morti congelati, congelati. Valeriano Bottero di 52 anni è morto precipitando da un’impalcatura mentre lavorava per la ditta «Lavor Metal» nella zona industriale di Loreggia in provincia di Padova. Giuseppe Costantino, 52 anni, aveva finito le operazioni di carico e scarico della merce a Capaci vicino a Palermo e il suo camion ha cominciato a spostarsi travolgendolo. Travolto dal suo camion forse per una disattenzione, scrivono, la stanchezza, stanchezza. Sempre l’altro ieri in serata un lavoratore agricolo di 54 anni è stato decapitato dalle lame di una trebbiatrice a Pontasserchio in provincia di Pisa. Ieri un operaio è volato giù da un’impalcatura in viale America, nel quartiere Eur di Roma. È precipitato per undici piani e per lui sono stati inutili i soccorsi. Aveva 47 anni. Un’ora prima era toccato a un muratore di 42 anni, deceduto mentre stata ristrutturando una palazzina a Mesagne, in provincia di Brindisi: è crollata una parte di solaio, un balcone e l’impalcatura. Così Benito Branca è morto schiacciato dalle macerie. I presenti hanno provato a scavare con le mani, con le mani. Niente da fare. Pietro Vittoria, addetto della ditta Edil San Felice di Nola, è stato investito da un mezzo pesante durante la fase di installazione di un cantiere lungo l’autostrada Bologna-Taranto, nel tratto tra Poggio Imperiale e San Severo in direzione di Bari ed è rimasto schiacciato tra il tir e il veicolo della sua ditta. Aveva 47 anni.

Il Presidente del Consiglio Draghi ieri ha definito la situazione drammatica: «Assume sempre più i contorni di una strage che continua ogni giorno», ha detto in conferenza stampa dopo il Cdm. Ha promesso un intervento in tempi rapidissimi per garantire «pene più severe e immediate» nei casi in cui non venissero rispettate le norme della sicurezza sui luoghi di lavoro. «Serve collaborazione in azienda – ha precisato – per individuare precocemente le debolezze sul tema». Draghi ha sottolineato «l’esigenza di prendere provvedimenti immediatamente», entro la settimana prossima, ha specificato, «e poi affronteremo i nodi irrisolti».

La pensa diversamente Bruno Giordano, nuovo direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che in un’intervista a Domani dice: «La prima strategia è quella della prevenzione, non quella della repressione», dice Giordano, contrario a un inasprimento delle pene. «Da penalista sono contrario. Spesso si parla di una nuova fattispecie di omicidio sul lavoro o di aumentare le pene per l’omicidio colposo, come avvenuto per l’omicidio stradale. Ma da quando c’è l’omicidio stradale le morti sulle strade non sono diminuite perché chi si mette alla guida di un’auto – o di un’impresa – non lo fa bene o male, tenendo in mente la sanzione penale, lo fa se sa fare il buon imprenditore, il buon datore di lavoro. La sanzione penale non ci restituisce né gli infortunati, né i morti sul lavoro».

Siamo a circa 700, intanto. E quei morti dimenticabili continuiamo a dimenticarceli. Cosa dovrebbe accadere più di così perché sia un’emergenza? Cosa, peggio di così?

Buon giovedì.

 

* In foto: Presidio regionale Cgil, Cisl e Uil dei lavoratori della filiera delle costruzioni per protestare contro gli infortuni mortali sul lavoro. Milano, 16 luglio 2018