Neanderthaliani, Denisoviani e Sapiens, al di là delle differenze morfologiche, possedevano dei tratti comuni,
a cominciare dall’attività onirica. Recenti scoperte e il libro di Tom Higham aprono nuovi capitoli di ricerca

Dieci impronte di piedi e di mani sono state rinvenute a Quesnang nel Tibet, in prossimità di sorgenti di termali a più di quattro mila metri di altezza. I rilievi antropometrici suggeriscono che si tratti dell’opera di un bambino di circa sette anni e di un adolescente di circa 12 che, come si può dedurre dalla posizione, hanno lasciato intenzionalmente le loro tracce sul travertino soffice, in seguito pietrificatosi, circa 200mila anni fa durante il medio Pleistocene. All’inizio di settembre 2021 è stato pubblicato su Science Bullettin dell’Accademia Cinese delle scienze un articolo in cui si parla di questo ritrovamento e della sua datazione, da parte di un team guidato da David D. Zhang dell’Università di Guangzhou.

I ricercatori cinesi hanno affermato che si tratta del più antico esempio di arte parietale, ammesso e non concesso che l’espressività collegata ad un gioco infantile possa essere considerata tout court “arte” paragonabile alle immagini delle grotte di Chauvet o ai graffiti di Rauffignac in Francia. Tenendo conto inoltre della datazione molto remota, incompatibile con la presenza del Sapiens, le impronte di mani e piedi potrebbero essere considerate un’ulteriore prova, oltre a recenti ritrovamenti fossili, della permanenza nell’altopiano del Tibet del cosiddetto Homo denisoviano, una specie umana preistorica individuata solo un decennio fa a partire da frammenti ossei presenti nella grotta di Denisova nelle montagne dell’Altai, nella Siberia meridionale. Tom Higham, professore di scienze archeologiche e direttore dell’Oxford Radiocarbon accelerator unit, uno dei protagonisti della scoperta dei Denisoviani, ha pubblicato nel marzo scorso un libro dal titolo emblematico The world before us. How science is revealing a new story of our Human Origin (la traduzione italiana Il mondo prima di noi è stata pubblicata a fine settembre da Odoya).

Lo scienziato inglese racconta come l’analisi genomica di un piccolo frammento osseo, l’ultima falange del dito mignolo di un adolescente di sesso femminile, ha consentito di riscrivere completamente la storia dell’umanità. L’estrazione del Dna mitocondriale dal frammento risalente a circa 76mila anni fa, ha dimostrato che contemporaneamente al Sapiens e al Neanderthal era vissuto nell’interno dell’Eurasia un altro gruppo umano del quale precedentemente non si era neppure sospettata la presenza, dotato di un pensiero simbolico e la capacità di creare manufatti artistici. Il Dna Denisoviano lo ritroviamo oggi in popolazioni della Melanesia e dell’Australia e dell’Est asiatico. Quando studiamo la preistoria dobbiamo allargare il nostro punto di vista per considerare non solo l’evoluzione del Sapiens ma l’ibridazione con altre specie che si ritenevano o completamente diverse dalla nostra o delle quali si ignorava la presenza. Nel 2018 furono pubblicati sulla rivista Nature i risultati dell’analisi di un altro piccolo reperto osseo (databile 100mila anni fa) sempre di un soggetto di sesso femminile rinvenuto nella grotta di Denisova: l’analisi del Dna aveva rivelato che…


L’articolo prosegue su Left dell’1-8 ottobre 2021

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