Il Salone del libro di Torino torna in presenza. E con l’obiettivo di immaginare il futuro attraverso lo sguardo degli autori. «Arrivano da Paesi diversi e lontani e hanno idee differenti, ma condividono lo stesso background, l’esperienza del Covid e del Climate change», dice il direttore Nicola Lagioia

Finalmente si riparte, dal 14 al 18 ottobre al Lingotto di Torino torna il Salone del libro in presenza, con 1200 eventi e una folta presenza di intellettuali internazionali, «cosa che non era immaginabile fino a pochi mesi fa e che oggi rende centrale il Salone, più che mai», dice il direttore della kermesse Nicola Lagioia. «Tutto questo accade dopo un tempo infinito in cui in Italia si è pensato soprattutto a come riaprire i grandi stadi e si è esitato a riaprire teatri, musei, cinema, benché offrissero tutte le garanzie di sicurezza», rimarca lo scrittore, già pregustando la riuscita: «In questo senso noi ci possiamo dire fortunati avendo a disposizione il Lingotto: per come è fatto, e per gli spazi che abbiamo aggiunto, potenzialmente riusciamo ad accogliere quasi il 90 per cento del nostro pubblico abituale».

Il Salone è sempre un laboratorio di idee, come sarà questa “Vita supernova”?
Dipenderà da chi viene. La cosa bella del Salone è che tu non sai mai cosa succede prima che tutto accada. Fortunatamente abbiamo avuto una grande risposta, molte delle menti più brillanti a livello internazionale hanno aderito al progetto. Pensavamo che quest’anno sarebbe stato un Salone soprattutto nazionale, perché le frontiere erano chiuse. Invece poche settimane fa si sono riaperte e avremo una fiera del libro ricchissima di incontri internazionali, ci saranno Valérie Perrin, Javier Cercas, Mathias Énard, Daniel Kahneman, André Aciman e tanti altri, insomma un sacco di persone da tutto il mondo.

Una sorta di ritorno al futuro dunque?

C’è una novità rispetto agli anni scorsi: tutti questi intellettuali, scrittori, scienziati, filosofi, anche se vengono da aree diverse del mondo e hanno idee differenti, condividono un medesimo background. Per la prima volta si sono trovati ad affrontare un problema comune: il Covid è stato un evento transnazionale. Pur reagendo in maniera propria in ogni parte del pianeta ci si è trovati a fronteggiare la stessa dura situazione: il Covid insieme ai cambiamenti climatici. Le due cose insieme hanno fatto capire che l’emergenza è già qui. Più degli anni scorsi, e forse anche più dei prossimi anni, abbiamo problemi comuni. Quindi la cosa interessante è capire come affrontarli anche attraverso lo sguardo e l’approccio personale di ciascuno di questi autori. Ci interessa capire cosa pensano del presente, ma anche come immaginano il futuro.

Che ruolo hanno avuto gli intellettuali durante la pandemia? Hanno fatto molto discutere le posizioni prese da filosofi come Cacciari e Agamben, che mostrano molte tangenze con prese di posizioni antiscientifiche e conservatrici.

La maggior parte degli intellettuali ha reagito in maniera utile e costruttiva. Purtroppo se nel mondo degli intellettuali due dicono che la terra è piatta tutta l’attenzione dei media si concentra su quest’ultimi. C’era forse qualcosa di personale da parte loro che incrina le capacità di giudizio? Più in generale c’è anche una questione anagrafica? Fin dai tempi di Benedetto Croce l’Italia è un Paese in cui la cultura scientifica non viene considerata cultura. È anche possibile che uno abbia letto tutto Kirkegaard, tutto Marx ecc. e poi non sappia davvero fare due più due. E questa cosa qua è una debolezza intellettuale di alcuni vecchi studiosi.

Alcuni di loro parlano di dittatura sanitaria perdendo di vista che si tratta di uscire della pandemia?

A questo proposito mi è parso interessante uno scambio fra Agamben e una studentessa. Ad un certo punto lui accusava i giovani di essere troppo acquiescenti, perché troppo obbedienti alle regole che vietavano di uscire di casa, ecc. Praticamente gli dava dei pavidi. E una ragazza gli ha risposto: “Guardi professore che se sono rimasta chiusa in casa è stato per salvare la pelle alle persone mature come lei”. Quindi ci troviamo con delle giovani generazioni che sono molto responsabili e vecchie generazioni di intellettuali che sono degli eterni teenager, eterni fanciulli, con tutto il narcisismo adolescenziale. C’è forse anche una dose di presenzialismo in costoro… per fortuna sono una minoranza.

Una minoranza quanto pericolosa?

Parliamo di una minoranza sporcamente doppiogiochista, vaccinata, per fortuna. Sì, penso che Massimo Cacciari si sia anche vaccinato. Il punto è che uno dovrebbe essere consapevole di cosa si muove dietro le proprie idee. Ovviamente Cacciari non è un no vax. Ma i suoi discorsi li ha fomentati moltissimo, basta andare in rete per rendersene conto. Se io per esempio dovessi scrivere un post e questo post dovesse riscaldare gli animi di cento persone che poi vanno a incendiare una biblioteca, io me le farei due domande. Non è possibile che uno che va sempre in tv non si renda conto di come funziona il mondo della comunicazione. A meno che non sia solo per un bisogno di presenzialismo e di visibilità, cosa che è può anche essere, tutti quanti siamo deboli e specialmente a una certa età si sente di arrancare, si teme di perdere posizioni, allora uno cerca di recuperarle trasformandosi in commentatore tv.

La questione dello stato di emergenza non andava sollevata?

Io penso che sia una questione sensata, su cui val la pena di discutere, ma il modo in cui lo si è fatto ha fomentato soltanto i no vax, i populisti. Per carità nessuna responsabilità personale, ma fin dagli anni 70 abbiamo memoria dei danni che facevano certi cattivi maestri. E qua, mutatis mutandis, si tratta di altri cattivi maestri. Detto questo, credo anche che la maggior parte delle persone non li abbia presi sul serio. E tanto meno il governo che ha la responsabilità delle decisioni. Ricordo che in una trasmissione Cacciari ha detto che lui si informa in rete. Ma in rete trovi la qualunque, trovi anche che gli asini volano. Anche un premio Nobel o Pulitzer può dire una stupidaggine, ma poi c’è il resto della comunità scientifica che afferma un’altra cosa. Detto questo, Massimo Cacciari sarà ospite del Salone. Io però mi permetto di esprimere un’idea molto differente dalla sua.

Diversamente da certi maître à penser esistenzialisti ed ex sessantottini oggi i giovani dimostrano cultura scientifica? Penso per esempio ai giovanissimi che hanno fatto la fila per vaccinarsi.

Sono andati a vaccinarsi pur avendo una aspettativa di vita più lunga rispetto alla nostra. Non hanno creduto al complottismo vaccinale e ai terrapiattisti no vax. Certo sono giovani, hanno tutta l’irruenza della gioventù che alcuni adulti non hanno, ma hanno saggezza. In quanto a capacità di capire quale è la situazione, magari sono più veloci di tanti accademici. Detto questo, penso che noi abbiano un debito nei confronti delle nuove generazioni, perché soprattutto nel nostro Paese sono cresciuti con aspettative inferiori rispetto alla generazione dei Cacciari, degli Agamben e anche rispetto alla mia. Il Paese li ha trattati male, non sono più la generazione che poteva diventare professore ordinario a 30 anni o che poteva avere un posto di lavoro dignitoso per mettere su una famiglia. Se sono cresciuti in un mondo così inospitale la responsabilità non può che essere degli adulti, perché non se lo sono costruiti loro questo mondo. Riguardo alla pandemia i ragazzi sono quelli che hanno pagato il prezzo più caro dal punto di vista economico. Allo stesso tempo sono quelli che si sono messi più a disposizione per risolvere il problema: sono andati in massa a vaccinarsi.

Non è un caso che i Fridays for future ascoltino gli scienziati per lanciare l’allarme contro il cambiamento climatico.

Sì, sono stati i ragazzi ad avvertire il pericolo. I Fridays saranno al Salone. Intervistano gli autori su temi a loro cari, su cui sono ferratissimi. Sarà un confronto davvero molto interessante. Uno può dire di Greta tutto quello che vuole, ma questa ragazzina ha trainato il mondo degli adulti. Questi ragazzi hanno molta più capacità di sensibilizzazione dei governanti, sono stati più bravi di tutti, mi pare molto chiaro. Ho visto che Draghi ha ripetuto il “bla bla bla” di Greta. Che il presidente del Consiglio ripeta anche nella modalità di espressione ciò che dice una ragazzina mi sembra importante, vuol dire che quella roba lì è potente.

La maturità e la capacità di informarsi dei ragazzi è emersa anche nelle recenti raccolte di firme per i referendum?

I ragazzi che si sono mobilitati sono molto consapevoli del danni del proibizionismo, del resto basta leggere le cifre e le statistiche, per capire da che parte stare. La verità però è che vengono bistrattati e non vengono considerati dalla politica perché numericamente sono di meno rispetto alle generazioni precedenti, contano meno sul piano elettorale. Ma è anche vero che un Paese ostaggio dei 40/50enni come me non è un Paese…. continua su left in edicola


L’articolo prosegue su Left dell’15-21 ottobre 2021

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