Sei Ong palestinesi attive nella tutela dei diritti umani sono state dichiarate “terroriste”. Una decisione che Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito “spaventosa e ingiusta”

La nostra stampa non brilla per onestà dell’informazione. La nostra politica non brilla per coerenza intellettuale e politica. Mi riferisco al recente caso delle 6 Ong palestinesi per i diritti umani messe fuori legge, come terroriste, dal governo di Israele. Condannare tale decisione e chiederne il ritiro sarebbe un atto dovuto di ogni Paese democratico, che si dichiari sostenitore dei diritti umani e dei loro difensori. Ma non si sono finora sentite voci in tal senso. Tutti zitti.

I gruppi colpiti sono Al-Haq, uno dei più importanti centri per i diritti umani dal 1979; Addameer, che dal 1991 offre aiuto legale gratuito ai prigionieri, in carceri palestinesi e israeliani; Defense for Children International-Palestine, per la protezione e promozione dei diritti dei bambini; Bisan Center for Research and Development, dal 1989 impegnato in aree emarginate e rurali; Union of Palestine Women’s Committees dal 1980, femminista, per diritti delle donne; Union of Agricultural Work committees, dal 1989, per la tutela dei contadini e lo sviluppo agricolo. Associazioni internazionalmente riconosciute, premiate e alcune con status consultivo presso le Nazioni Unite. L’ordine è stato emanato in base alla Legge Anti-terrorismo del 2016, con l’accusa, senza prove, di avere rapporti con l’organizzazione PFLP (designata come “terrorista” anche da Canada, Stati Uniti e Unione Europea). L’articolo 24 (a) impone fino a tre anni di carcere a chiunque «commetta un atto di identificazione con un’organizzazione terroristica, anche pubblicando parole di lode, sostegno o simpatia». Ma il sistema della criminalizzazione di massa (Luigi Daniele in Il lavoro culturale, 26/10) che esige dalla popolazione occupata, sotto minaccia di reclusione, accettazione, soggiogamento e persino lealtà al progetto e ai valori coloniali della potenza occupante ha origini lontane (1967).

Se istituzioni e media tacciono di fronte a questa intollerabile decisione, sono centinaia le voci della società civile e le lettere inviate a governi e parlamentari, in Italia e altrove. Una dichiarazione congiunta di Amnesty International e Human Rights Watch ha definito la decisione “spaventosa e ingiusta”, un attacco del governo israeliano al movimento internazionale per i diritti umani.

Nell’editoriale del 24 ottobre di Haaretz, si legge: «La dichiarazione del governo relativa alle organizzazioni della società civile in Cisgiordania come organizzazioni terroristiche è una follia distruttiva che offusca tutti i partiti della coalizione e lo stato stesso. La messa al bando dei gruppi per i diritti umani e la persecuzione degli attivisti umanitari sono caratteristiche per antonomasia dei regimi militari, in cui la democrazia nel suo senso più profondo è lettera morta».

È pur vero che nella strampalata coalizione di governo di Israele, c’è chi critica questa decisione perché teme che ne possa mettere in discussione la “stabilità”, magari impedendo l’approvazione imminente del bilancio e il rischio di nuove elezioni, ma ci sono voci genuinamente solidali con le associazioni palestinesi.

22 organizzazioni per i diritti umani in Israele (tra cui B’tselem, Adalah, Physicians for human rights, Rabbis for human rights…) hanno pubblicato un annuncio in prima pagina sul quotidiano Haaretz affermando che: «Criminalizzare le organizzazioni per i diritti umani è un atto codardo caratteristico dei regimi autoritari oppressivi». E il direttore di B’tselem Hagar el Aid dichiara: «… Israele ha collocato qualsiasi mossa palestinese che non fosse una resa all’apartheid e all’occupazione come “terrorismo”. Fare appello alla Corte penale Internazionale? Terrorismo giudiziario. Rivolgersi alle Nazioni Unite? Terrorismo diplomatico. Invitare al boicottaggio i consumatori? Terrorismo finanziario. Protestare? Terrorismo popolare».

Quali sono le ragioni dell’escalation israeliana? Almeno due: i risultati importanti raggiunti dalla società civile palestinese organizzata con la denuncia e l’azione per perseguire gli israeliani responsabili di crimini di guerra e di apartheid presso la Corte penale internazionale dell’Aia, indicando questa strada anche all’Autorità palestinese; nello smascherare il sistema di apartheid e le infinite vessazioni anche sui bambini, dell’amministrazione civile e dei coloni. L’altra è la permanente impunità di Israele, che non sarebbe così vendicativo se avesse dovuto pagare per i suoi crimini un prezzo, come altri Paesi, imposto dalla Comunità internazionale, inclusa la Unione Europea. Uno degli obiettivi, particolarmente grave, di Israele con questa decisione è spingere i Paesi finanziatori a ritirare i propri finanziamenti alle Ong, quindi condannarle a mettere fine o ridurre di molto la loro attività in difesa dei diritti umani.

È difficile credere che stavolta lo pagherà.

Appare come un grido nel deserto quello di Amira Hass, giornalista israeliana: «Sto annunciando e confessando qui che finanzio il terrorismo. Parte del denaro delle tasse che pago al governo israeliano viene trasferito alle sue attività terroristiche e a quelle dei suoi rappresentanti, i coloni, contro il popolo palestinese. Se per “terrorismo” si intende imporre terrore e paura, allora cosa fanno i comandanti dell’esercito e dei servizi di sicurezza dello Shin Bet quando inviano soldati mascherati a fare irruzione nelle case dei palestinesi notte dopo notte? Accompagnati da cani e con i fucili puntati, i soldati svegliano le famiglie dal loro torpore, rovesciano il contenuto degli armadi, confiscano beni e colpiscono gli adulti davanti ai bambini. Cosa fanno gli ispettori dell’Amministrazione Civile … tra le comunità di pastori, e controllano se magari è stata aggiunta una tenda o uno scivolo per bambini da demolire? E …i poliziotti di frontiera maschi e femmine a Gerusalemme, che detengono chiunque sembri loro un arabo, e i soldati e i poliziotti che danno un calcio qui, uno schiaffo là, a chiunque osi litigare con loro, o raccogliere olive – qual è il loro compito se non quello di incutere paura?…».

Nessun autorevole soggetto politico istituzionale ha mai chiesto conto ad Israele dei suoi crimini. Nessuno osa chiedere al potere occupante, con quale legittimità possa colpire con l’accusa di terrorismo, ben riconosciuti attivisti e associazioni palestinesi per i diritti umani mentre agisce come attore primario di terrorismo. Sarebbe ora di cominciare a farlo.

Nella foto: bambini palestinesi, Beit Hanoun, Striscia di Gaza, giugno 2021

 

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