Non solo Trump o i no vax. Ecco come i social media sono diventati uno dei più efficaci strumenti per diffondere disinformazione, con l’obiettivo di manipolare l’opinione pubblica, per ragioni politiche o economiche

Da almeno 5 anni il termine Fake News è di uso comune. Con lo scoppio della pandemia, spesso si è parlato di Fake News facendo riferimento a teorie cospirazioniste anti-vax. Politici, giornalisti e opinionisti di vario orientamento ideologico usano questo termine quando parlano di notizie o informazioni false o non del tutto vere. Nostro malgrado, non è una locuzione del tutto corretta: l’abbiamo imparata ad utilizzare con Donald Trump, che dalla sua entrata nella scena politica l’ha usata per screditare i quotidiani tradizionali e i suoi avversari, disorientando di fatto i cittadini con le sue menzogne e la cosiddetta post-verità. Il termine corretto è e rimane disinformazione. “Questo punto è fondamentale se si vuole cercare di capire il mondo della disinformazione e misinformazione nell’era dei social e come viene utilizzata dai partiti per aumentare consensi, oppure dai no vax per creare disordine sociale”. Un aspetto che ci tiene a ribadire Costanza Sciubba Caniglia, direttrice dell’Istituto di Geopolitica Digitale, di stanza a New York, recentemente a Roma, sua terra natale, ospite del Festival della Diplomazia, per parlare del ruolo che gioca la disinformazione sui social media negli scenari geopolitici.

Il concetto di disinformazione non è certo nato nell’era Trump, ma quello che però va chiarito è che non nasce “spontaneamente” per colpa della tecnologia, ma è “un’operazione di influenza pensata per veicolare informazioni false o ingannevoli con il fine di manipolare l’opinione altrui”. Il punto è che con i social media la disinformazione viaggia velocemente e si diffonde, apparentemente senza limiti. Generalmente, per motivi ben precisi: «O per motivi strategici, politici e geopolitici, messi in campo talvolta anche da attori statali o da partiti politici, oppure per ragioni economiche». Applicata alla realtà la disinformazione è una vera e propria strategia, in parte sviluppata per anni dalla destra internazionale per aumentare e consolidare i consensi, anche attraverso l’uso di account falsi e Bot, ma non solo. «Alcuni Paesi hanno delle fabbriche di troll. Per esempio, la società russa Internet research agency (Ira), che fa proprio questo. Persone che di lavoro producono e impacchettano notizie false, le diffondono con account fasulli con l’obiettivo di influenzare l’opinione pubblica».

L’Ira è nota alla cronaca per il Russiagate grazie alle indagini condotte da Cia e Fbi. Una società che ha operato almeno dal 2013 fino al 2018 da San Pietroburgo, elaborando campagne diffamatorie con l’obiettivo di creare confusione e disorientamento sociale tra gli utenti delle piattaforme digitali, in particolare negli Stati Uniti. Se guardiamo all’attualità, ovvero alla pandemia, anche qui ci viene qualche sospetto. Sui diversi social, che abbiamo usato più del solito causa lockdown, sono circolati e circolano video, post e foto dalle fonti inverosimili, che utilizzano spiegazioni semplicistiche per cercare di spiegare e di rendere chiara una situazione che in realtà è complessa, alimentando teorie cospirazioniste. Parliamo, in alcuni casi, di vera e propria disinformazione.

Costanza Sciubba Caniglia ha condotto una ricerca su vari gruppi di disinformazione in Italia, insieme alla Luiss, l’Università del Michigan e l’Hks Misinformation Review, rivista edita dall’Università di Harvard. Da questo studio è emerso che «nonostante spesso si pensi ai no vax, o ai gruppi cospirazionisti, come composti da o guidati da persone con limitata scolarizzazione, la nostra ricerca ha invece scoperto una realtà differente. Queste teorie della cospirazione sono spesso portate avanti da professionisti: medici, avvocati, politici, che hanno utilizzato la pandemia per i propri scopi, non solo politici, ma anche economici». La pandemia per costoro è stata una grande opportunità perché «la loro disinformazione indirizza gli utenti sui propri siti dove fanno raccolta fondi e vendita di materiale. Ma guadagnano anche come se fossero influencer, poiché avendo molto seguito, riescono a ottenere sponsorizzazioni».

Va detto che la Silicon valley, negli ultimi tempi, soprattutto per quel che riguarda il Covid-19, si sta impegnando per arginare la diffusione di informazioni con fonti non verificate. Ma va anche specificato però che non solo i manipolatori delle notizie ci guadagnano. Le stesse piattaforme digitali traggono profitto da quella che Domenico Talia, docente di Ingegneria informatica all’Università della Calabria, definisce «economia dell’ignoranza». Guadagni stratosferici per i social media basati sulla diffusione di notizie false.

Ma quello che più colpisce e che più fa riflettere, ascoltando la direttrice dell’Istituto di Geopolitica digitale, è il collegamento tra disinformazione e capitalismo della sorveglianza: «I social network sono attori relativamente nuovi che stanno acquistando sempre di più potere e che influenzano fortemente l’ecosistema dell’informazione». Una questione che riguarda la vita quotidiana di tutti noi. Per questo la politica dovrebbe occuparsene, intervenendo con una seria regolamentazione. Queste piattaforme, anche attraverso la disinformazione, contribuiscono ad accrescere l’infrastruttura ideale e ideologica di quello che è il capitalismo della sorveglianza. “Un sistema che può essere definito come la nuova frontiera del capitalismo, dove la persona diventa materia prima”. Non più oro o petrolio. Gli esseri umani si trasformano, allo stesso tempo, in prodotti e produttori dei dati.

E allora, di nuovo, «la politica deve iniziare a elaborare politiche per arginare questo strapotere. Soprattutto la sinistra, perché questo sistema colpisce i più fragili, gli ultimi e alimenta le disuguaglianze sociali», i social media si muovono oltre i confini nazionali, su piattaforme globali. Per questo, se le piattaforme digitali sono transnazionali, le politiche di regolamentazione dovranno essere transnazionali. Sono battaglie che non possono essere posticipate. E la sinistra, nella sua lunga, quasi perenne fase di transizione, deve avere un ruolo di prim’ordine in questa lotta per la giustizia sociale, la libertà, la democrazia e l’uguaglianza.

 

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