Qual è il vero motivo per cui il ministro si è scagliato contro il lavoro agile? La flessibilità va bene finché riduce salari e tutele, ma se permette una gestione più umana del tempo e oltretutto sposta i lavoratori (e quindi i consumi) dal Nord al Meridione, allora va stroncata

Si è acceso da alcune settimane il dibattito sullo smart working, alimentato soprattutto dagli attacchi continui da parte del ministro della Pubblica amministrazione Brunetta, che ha dichiarato che il lavoro da casa è stato fatto da tutti i lavoratori “all’italiana”, quasi fosse un disvalore. È vero, gli italiani durante la pandemia si sono dovuti “arrangiare” da casa, utilizzando la propria connessione, computer e stampanti, senza chiedere nulla e con una altissima produttività, solo per salvare il Paese. Come chiedevano tutti, anche i media, nel periodo peggiore del lockdown. Allora non sembrava fosse negativo lavorare da casa per salvaguardare la produttività delle aziende, a maggior ragione dato che in Italia, a fronte di questo uso di risorse messe a disposizione dal lavoratore a proprie spese, non è stato riconosciuto nulla, nemmeno un buono pasto, mentre in Spagna rifondono le spese, in Olanda si riceve un contributo di 360 euro al mese e in Canada si propone una detassazione di 400 dollari ai lavoratori in smart working.

A fronte di questi sacrifici fatti dai lavoratori italiani, senza chiedere nulla in anticipo, ci è toccato perfino sentire alla Camera le parole poco generose rivolte ai lavoratori da parte di Brunetta. Il ministro ha fissato al 15% la quota di dipendenti che possono usufruirne. Intanto 3,2 milioni di statali sono tornati al lavoro in presenza il 15 ottobre. Le motivazioni si possono riassumere in tre punti: l’assenza di un contratto collettivo che regoli il lavoro da remoto, l’inadeguatezza dei sistemi informatici di supporto e la scarsa efficienza della forza lavoro, data anche l’assenza, a suo dire, di sistemi di monitoraggio. Per quel che riguarda le prime due osservazioni, basterebbe semplicemente attivarsi per colmare le lacune evidenziate. Sulla terza, invece, è evidente il pregiudizio che caratterizza il ministro verso gli statali, visti come unici responsabili dei problemi del comparto.

Tanta avversione verso lo smart working è poco comprensibile, soprattutto considerando che il World economic forum ha calcolato che negli Usa il ricorso a questa forma di lavoro ha portato ad un incremento della produttività pari al 4,6%. Inoltre una ricerca su un campione di dipendenti in smart working pubblici e privati, svolta nel 2020 in Francia e Italia, ha messo in luce le capacità di adattamento dei dipendenti, che spesso hanno saputo cooperare efficacemente nei momenti più difficili dell’emergenza, colmando anche eventuali deficienze nel procedere dei superiori. Nel settore privato è…

*L’autore: Natale Cuccurese è presidente del Partito del Sud – Meridionalisti progressisti


L’articolo prosegue su Left del 29 ottobre 2021

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