La riforma del reddito di cittadinanza così come pensata riesce nel miracoloso risultato di non essere più un freno allo sfruttamento e al ribasso dei salari

Circolava perfino una certa soddisfazione nelle settimane in cui Mario Draghi difendeva a spada tratta il reddito di cittadinanza (o almeno il suo principio) mentre i liberisti più spinti lo bombardavano da ogni lato confidando in suo affondamento. Ad un certo punto avrebbe potuto subentrare anche un certo gusto nel vedere deluse le speranze di chi con la sua battaglia per la demolizione del reddito di cittadinanza non vedeva l’ora di accreditarsi come il liberista più liberista egli altri. Anche coloro che contro il reddito di cittadinanza avevano lanciato uno scintillante referendum alla fine erano ritornati in buon ordine (ovviamente in sordina, perché non si sapesse della loro magra figura di capi popolo senza popolo) a più miti consigli.

Ora invece ci si può tranquillamente disilludere: la legge di bilancio del governo dei migliori promette di mantenere tutte le peggiori aspettative in termine di rafforzamento delle disuguaglianze. La differenza tra Draghi e gli altri è sempre la stessa: fare senza dire e farlo con un’elegantissima educazione. La riforma del reddito di cittadinanza così come pensata infatti riesce nel miracoloso risultato di non essere più un freno allo sfruttamento e al ribasso dei salari rendendo ben felici i politici più confindustriali. Come spiega benissimo Marta Fana la riforma prevede che l’ammontare del reddito di cittadinanza venga trasferito direttamente alle imprese anche se l’offerta di lavoro riguarda contratti a termine, in apprendistato o in somministrazione, anche part-time. Offerte di lavoro che i lavoratori non potranno rifiutare per non perdere il beneficio del sussidio. Si costringono così i lavoratori ad accettare qualsiasi offerta (anche la più vergognosa) e si trasferiscono i sussidi dalle persone alle imprese anche se queste offrono sfruttamento e precarietà esattamente come chiedeva Confindustria e tutta la sua corte. Come sottolinea l’associazione “Up – su la testa” inoltre i suoi percettori vedranno il loro assegno ridursi di 5 euro al mese fin quando non sottoscrivono un contratto di lavoro. Non conta se riceveranno o meno un’offerta, dal primo giorno di reddito parte un conto alla rovescia con la costante minaccia di perdere il sostegno. Una misura che avrebbe dovuto disarticolare un mercato del lavoro che rende schiavi ora con un piccolo ritocco riesce a ottenere il risultato opposto. Chapeau.

A questo si aggiunga anche un trucco per abbassare ulteriormente i salari con l’apprendistato che continua a esistere senza avere più nessun significato, permettendo di assumere come apprendisti lavoratori indipendentemente dalla loro età, dalla loro esperienza acquisita se questi si trovano in Cig. Anche in questo caso è bastata la retorica della riqualificazione (che ormai sempre di più è semplicemente un sinonimo di riciclaggio al ribasso di forza lavoro) per giustificare un abominio.

E se è vero che passa da 2 a 52 milioni il fondo per gli sgravi contributivi alle imprese che riducono il divario salariale tra lavoratori e lavoratrici vale la pena segnalare che nella legge vengono previsti circa 290 milioni di euro per ciascuno degli anni 2022, 2023, 2024 per la pianificazione e la realizzazione degli eventi del Giubileo 2025. Tanto per dare un’idea delle priorità.

L’importante è fare e non dire. Tutto diventa così tremendamente elegante.

Buon lunedì.

Nella foto: il presidente del Consiglio Draghi e il ministro dell’Economia Franco

 

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