La riforma del lavoro allo studio del governo può mandare in soffitta le norme introdotte dal Partito popolare nel 2012, che hanno aumentato precarietà e disuguaglianze. Ma Sánchez deve fare i conti con le tensioni interne e le pressioni di Bruxelles

In Spagna l’attesa riforma del lavoro si muove da settimane all’interno di un acceso confronto, tanto che sembra aver messo i due partiti che compongono il governo di coalizione, Psoe e Unidas podemos, l’uno contro l’altro. L’urgenza è quella di modificare la riforma del lavoro introdotta dal governo delle destre di Rajoy, per sostituirla finalmente con un diritto del lavoro più equilibrato e giusto, che dovrebbe essere anche una parte centrale di quel contratto sociale di cui la Spagna ha bisogno.

I giornali l’hanno chiamata “la riforma della riforma”. Quella voluta da Rajoy, dal 2012 ad oggi, ha provocato una crescente precarietà e una viscerale svalutazione salariale, soprattutto dei salari più bassi, mentre ha garantito l’aumento dei profitti alle imprese e dei dividendi agli azionisti delle società. La riforma del lavoro del Partito popolare è stata la causa principale dell’aumento della disuguaglianza, del fenomeno dei “lavoratori poveri” che ha colpito la Spagna in questi anni.

Psoe e Unidas podemos hanno vinto le elezioni chiedendone l’abrogazione, senza sfumature e senza sconti. L’accordo di coalizione per il governo progressista includeva la dichiarazione: «Abrogheremo la riforma del lavoro. Recupereremo i diritti del lavoro tolti dalla riforma del 2012». Poi il testo concordato ha subito una battuta d’arresto quando è entrato in dettaglio su alcuni elementi che sono stati considerati come “più urgenti” da derogare. Come la prevalenza dell’accordo settoriale su quello aziendale, la capacità di modifica unilaterale delle condizioni contrattuali da parte dell’azienda, la cosiddetta “ultra-attività” dei contratti collettivi, ossia la loro estensione una volta che la loro validità è scaduta senza averne concordato un rinnovo, il licenziamento per un congedo medico, la riduzione del lavoro temporaneo, la revisione del sub-appalto che ha finora dato la possibilità alle imprese di esternalizzare aggravando sempre di più la precarietà. Si è così passati dall’idea di abrogazione alla definizione di uno smantellamento dei diversi elementi considerati più “dannosi”.
Quando è arrivata la pandemia, la crisi sanitaria ha interrotto i piani legislativi del governo, che, per tamponare la crisi economica e sociale, si è concentrato per mesi sulla cassa integrazione e su altri strumenti di protezione possibili. Oggi, per la prima volta dalla crisi economica del 2008, sono più di 20 milioni le persone occupate. Secondo l’indagine sulla popolazione attiva la disoccupazione è scesa al 14,57% e per il terzo trimestre dell’anno si è registrata la…


L’articolo prosegue su Left del 5-11 novembre 2021

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