Draghi al Quirinale e de facto anche a Palazzo Chigi tramite un fiduciario. La provocazione “semipresidenzialista” del leghista Giorgetti sembra buttata lì ma rientra nel disfacimento della democrazia parlamentare. E il silenzio che si è creato intorno indica che la soluzione non dispiace

Non potendo cambiare la Costituzione la calpestano. Intorno l’aria da taumaturgo indispensabile (cavalcata con astuzia e mestiere da Mario Draghi che continua a guidare l’esecutivo con l’aria di quello che partecipa alla riunione del consiglio di amministrazione) fa tutto il resto. L’ultimo in ordine di tempo è il ministro Giancarlo Giorgetti (un ministro che non parla mai della sua delega ma in compenso si spende tutti i giorni sui giornali per avventurarsi negli scenari futuri) che propone un semipresidenzialismo de facto spostando Draghi al Quirinale da Palazzo Chigi (dove andrebbe bene una qualsiasi sua emanazione assolutamente ininfluente) e continuando ad attribuirgli tutti i poteri di un presidente del Consiglio ammantato da presidente della Repubblica. La provocazione di Giorgetti tra l’altro diventa utilissima anche per continuare a bombardare il suo segretario Salvini stritolato nella scomoda posizione di chi non può tradire il governo Draghi ma non può nemmeno lasciare il campo dell’opposizione libero e disabitato a Giorgia Meloni.

Ma la frase di Giorgetti si inserisce in un lento disfacimento del parlamentarismo che ha…


L’editoriale è tratto da Left del 12-18 novembre 2021

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