Non è un risultato entusiasmante se mentre la casa brucia, tutti si dicono d’accordo che l’impianto antincendio andrà un giorno cambiato. Eppure, questo accade a Glasgow.
Nell’affannosa ricerca delle “novità positive” espresse dalla Cop26 si conta infatti il fatto che, per la prima volta nella storia degli accordi conclusivi di una conferenza ONU sul clima, sono stati citati i combustibili fossili, e la necessità di ridurne l’utilizzo: questo solo perché non erano mai stati citati prima. Eppure, c’erano molte aspettative per questa Cop 26 e obiettivi ambiziosi da discutere, anche alla luce degli impegni formalizzati dall’Europa sulla legge del clima, di neutralità climatica al 2050 e di un meno 55% di emissioni rispetto al 1990 entro il 2030.
L’urgenza ci era stata dettata da molti indicatori, dalla pandemia, dagli eventi climatici avversi sempre più incalzanti, dai rapporti climatici ma soprattutto dal VI rapporto dell’Ipcc, che non usa mezzi termini sulla irreversibilità dell’aumento delle temperature, destinate oramai a raggiungere i +2,7 gradi, se continueremo su questa strada, e sulla responsabilità antropica di questi cambiamenti. I delegati più navigati erano addirittura preoccupati di tutta questa aspettativa, “una Cop non è fatta per risolvere i problemi climatici”, dicevano, eppure il mondo si aspettava questo.
Tutti delusi, da Greta, al segretario generale dell’Onu Antonio Gutteres, al presidente della conferenza Alok Sharma, fino naturalmente al delegato di Antigua e Barbuda, che, parlando a nome di molti Paesi in via di sviluppo, ha chiesto che la “delusione” venisse messa a verbale.
I giovani in piazza ribadiscono che bisogna dare ascolto alla scienza come si è fatto con il virus globale; dicono che occorre trattare l’emergenza climatica alla stregua dell’emergenza Covid 19, che è una spia indiscutibile dei pericoli insiti in questo modello di sviluppo.
Questa, a dire il vero, ci sembra una grande indicazione, l’unica davvero all’altezza degli eventi, che da sola esonera i ragazzi della piazza di Greta da giudizi impropri di superficialità che le vengono mossi dai grandi della terra, in capo a tutti dal nostro ministro Cingolani.
Eppure in linea con questo giudizio, in quello che ci sembra un delirio da pensiero unico, proprio il nostro ministro della Transizione ecologica ha avviato a Milano la Youth for clima, che a nostro parere, ha il velato intento non dichiarato di contrapporre ai giovani della piazza, un gruppo di giovani “propositivi”, un tantino troppo filo governativi, a mio improprio giudizio, già opportunamente posti nei binari controllati dell’establishment; che arriva a negare così, alle nuove generazioni di fare la loro parte, di essere spinta propulsiva, critica e autonoma, sui decisori del mondo.
Ho avuto modo di partecipare con una delegazione di parlamentari italiani alla Cop di Glasgow, ho avuto il privilegio di assistere a questa gigantesca operazione di coordinamento e di gestione apparente della democrazia, ho potuto ascoltare e vedere da vicino i delegati dei vari Paesi, quelli più fragili ed esposti, i Paesi in via di sviluppo “incolpevoli” che incidono sul surriscaldamento del pianeta per un percentuale minima e irrisoria, ma che sono quelli su cui ricadono pesantemente le conseguenze di questa emergenza climatica, già da decenni, quelli che subiscono da anni i danni devastanti degli eventi climatici estremi; ho ascoltato i delegati prendere parola e prendere posizione, denunciare uno ad uno, come un mantra le disuguaglianze incolmabili.
Ma, sebbene non si risparmino parole su questo, i grandi del mondo continuano a negare il nesso di casualità sul dato più importante ed urgente, sui “danni e le perdite”.
Sono 500mila i morti per eventi climatici estremi negli ultimi venti anni, e quasi tutti nei Paesi più fragili e incolpevoli.
Eppure, da tredici anni si continua a parlare e a spostare la data del fondo di sostegno per i Paesi più poveri, e si continua a volerlo fare su base volontaria e dato più grave, solo a sostegno della transizione.
Siamo di fronte a quello che possiamo chiamare, senza remore, un neocolonialismo climatico, si vogliono esportare fondi di investimento, prestiti, tecnologie e progetti, dai Paesi più ricchi a quelli più poveri, ma si nega la necessità di mettere mano al portafoglio per riparare ai danni e alle perdite causati dal cambiamento climatico.
Eppure, è cosa accertata dal VI rapporto, i cambiamenti climatici hanno una causa antropica, sono stati innescati dalla mano dell’uomo, dai Paesi più industrializzati, che ancora oggi a Glasgow hanno dimostrato di non voler rinunciare al proprio modello di sviluppo capitalistico, coloniale, e di sfruttamento delle risorse. Un paradosso.
Se andiamo avanti di questo passo si salveranno solo le terre che potranno adattarsi ai cambiamenti in atto, “da qualche parte lo avranno calcolato bene”, alcune economie potranno certamente beneficiare anche di questo, come della pandemia, salvaguardando il modello di sviluppo che rappresentano, senza troppe perdite, con nuovi opportuni investimenti nelle opportune tecnologie, potranno continuare a generare profitto per la parte del pianeta più ricca, “qualcuno avrà citato anche una inevitabile legge di Darwin a cui ci dovremo arrendere”?
In fondo anche “il patto dell’Europa per l’asilo” ce lo mostra, la Ue si sta organizzando affinché le masse di immigrati climatici che inevitabilmente invaderanno le nostre terre siano fermate nelle aree limitrofe, anche a costo di consistenti stanziamenti economici; si ergono muri reali e fattuali a difesa dei confini. Per un mondo per pochi.

*L’autrice: La senatrice Paola Nugnes è membro della 13^ Commissione permanente (Territorio, ambiente, beni ambientali)

Foto di Alan Morris, Pixabay

 

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