Molte crisi migratorie sono conseguenza di conflitti. Combattuti con armi di frequente prodotte o in transito dall'Italia. Ma chi si oppone a questi traffici, come i portuali di Genova, rischia grosso

Le migrazioni sono solo l’ultimo stadio di una catena di eventi, soprattutto povertà, cambiamenti climatici ma prima di qualsiasi altra cosa la guerra. Che in tutti questi anni si riesca a parlare di migrazioni senza mai fare un minimo cenno alla guerra (tranne per l’Afghanistan ma è stata una svista quasi umana che è durata giusto qualche settimana) è la fotografia dell’ipocrisia di chi con la guerra continua ad arricchirsi e di chi in politica silenzioso e sotterraneo (vedi alla voce Lorenzo Guerini, ministro alla Difesa con una soporifera assenza pubblica) continua a fomentare le guerre fingendo di essere un portavoce della pace.

Tra le guerre di cui si parla sempre troppo poco (a dire la verità di tutte le guerre si parla sempre troppo poco) quella in Yemen è una delle più taciute poiché Arabia Saudita e Emirati Arabi sono troppo amici per permetterci di sporcare le foto ricordo (inutile specificare amici di chi, ci si arriva facile facile). In Yemen dopo sei anni di guerra c’è la peggior crisi umanitaria del mondo: sono stati sinora uccisi o feriti 18.400 civili e due terzi della popolazione – cioè circa 20 milioni di persone – richiedono assistenza alimentare, esposti alla crisi pandemica da Covid, le cui dimensioni sono difficili da valutare. In particolare sono state colpite le infrastrutture civili, comprese le scuole e gli ospedali. Nel Paese mancano il carburante e i servizi di base, e spadroneggiano le milizie abusive locali.

The Weapon watch (l’osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei) ci fa sapere che lo scorso 12 novembre «con qualche giorno di ritardo sul previsto, la nave “Bahri Abha” è arrivata in porto di Genova, accolta dal solito massiccio schieramento di polizia per scongiurare proteste violente che né a Genova né in altri porti italiani si sono mai verificate». Scrive Weapon watch: «Notizie in attesa di conferma indicano che la Bahri Abha sta trasportando decine di carri armati, un gran numero di casse e contenitori di esplosivi, container di merci infiammabili. Ogni 2-3 settimane, una nave della compagnia Bahri passa da Genova. Da molti anni. Weapon watch ha raccolto e pubblicato dal 2019 ad oggi innumerevoli prove che queste navi violano la legge 185/1990 e il Trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali. Tutto ciò continua ad accadere nell’apparente inerzia delle autorità e del governo italiano, in realtà con il loro pieno sostegno, e anzi su istigazione degli interessi economici coinvolti si è applicata la repressione di polizia a chi osa contestare il “traffico di morte” che continua a svolgersi sotto i nostri occhi».

Cosa trasportano le navi saudite? Ecco qui: «Si va dagli shelter e dai gruppi elettrogeni prodotti dalla società Teknel Srl di Roma ai cannoni Caesar, canons équipés d’un système d’artillerie della francese Nexter, motorizzati Renault su telai Mercedes-Unimog. Poi abbiamo visto una parte degli oltre 700 blindati Lav (Light armoured vehicles) mod. 6.0 fabbricati da General dynamics e il cui acquisto ha generato uno scandalo economico-finanziario in Canada. E anche sono passati da Genova i blindati Patria Amv 1 di produzione finlandese, i soli concorrenti sul mercato dei Lav di General dynamics. Notevoli i quantitativi di main battle tanks visti o documentati nelle stive delle navi Bahri, soprattutto gli Abrams M1a2 e probabilmente anche del modello Seepv 3, recente versione con importanti upgrade elettronici. E persino mezzi specializzati come gli Howitzer 109A6 Paladin e i M88A2 Hercules (Heavy equipment recovery combat utility lift and evacuation system). E, sempre, container e container di munizioni pesanti, missili, esplosivi, in particolare quelle prodotte dalle americane Raytheon e Lockheed Martin, dal gruppo tedesco Rheinmetall, dalla spagnole Defex e Maxam. Non sono mancati gli elicotteri. Sono stati notati gli AH-64 Apache prodotti da Boeing, elicotteri d’attacco che portano la scritta (in arabo e inglese) “God bless you”. Nella nave Bahri Abha, in porto a Genova in queste ore, sono stati rilevati almeno una mezza dozzina di Sikorsky UH-60M Black Hawk, in dotazione alla Guardia nazionale saudita».

Come racconta il giornalista Antonio Mazzeo su il manifesto «a metà marzo, le abitazioni di alcuni militanti del Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) sono state perquisite dagli agenti della Digos su mandato della Procura della Repubblica. Gli inquirenti genovesi hanno contestato un’incredibile serie di reati, tra cui l’associazione per delinquere, la resistenza a pubblico ufficiale, il lancio di oggetti pericolosi, l’attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti, ecc… “Dallo sciopero indetto due anni fa per bloccare un carico destinato alla guerra in Yemen, a oggi, passando per la manifestazione di un anno fa contro il transito di esplosivi a bordo di un’altra Bahri diretti alla guerra siriana, gli armatori sauditi attraverso l’agenzia genovese Delta e il Terminal Gmt avevano chiesto a più riprese alla Procura la testa dei portuali”, scrivono i militanti del Calp. “Per quale colpa? Per avere messo in pratica, con le associazioni e i movimenti contro la guerra e per i diritti civili ciò che il Parlamento ha approvato poco dopo lo sciopero nel porto di Genova: lo stop alla vendita di bombe e missili ad Arabia e Emirati”».

Sì, lo so, non l’avete letto da nessuna parte. Osservare e interrogare sugli armamenti richiede la schiena piuttosto dritta e soprattutto provoca l’irritazione dei signori della guerra che muovono molti, moltissimi soldi. Però varrebbe la pena riempirsi un po’ meno la bocca della parola pace e provare a praticarla. Per questo conviene scriverne e sperare che la voce arrivi a chi dovrebbe dare risposte. Si fa così, la pace.

Buon mercoledì.

* In foto, il ministro della Difesa Guerini partecipa alla cerimonia di giuramento degli allievi della scuola militare Teulié di Milano

 

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