Il Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza, istituito dal governo, aveva indicato dieci proposte di modifica. Ma «il governo ha scelto un'altra strada, ostacolando i beneficiari», ha detto la sociologa Chiara Saraceno, presidente del gruppo di esperti

Il governo dei migliori aveva istituito un comitato scientifico di valutazione per valutare le eventuali modifiche del reddito di cittadinanza. A un certo punto è sembrata perfino una buona idea visto che dai partiti arrivavano cannonate (sia da destra che dal presunto centro-centro-centro-centro-sinistra che poi nei fatti sta più a destra della destra) che principalmente puntano a indicare i percettori del reddito di cittadinanza come una massa di fannulloni anche un po’ sfigati. Si è accesa perfino la speranza che il governo dei migliori si affidasse ai migliori mantenendo fede alle aspettative (che ormai sono un dogma, qui in giro) e che finalmente si potessero legge proposte vere su cui dibattere con dati alla mano e non partendo dai deliri del Briatore di turno.

Chiara Saraceno è la presidente del Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza e il 16 novembre in un lungo articolo ha disegnato la reale situazione: «Il comitato scientifico di valutazione ha indicato dieci proposte per modificare il reddito di cittadinanza. Il governo ha scelto un’altra strada, ostacolando i beneficiari», scrive Saraceno, che spiega come «il rapporto è stato reso pubblico il 9 novembre, ma i suoi risultati e relative proposte erano già stati anticipati al ministro del Lavoro e portati al tavolo in cui veniva definita la legge di bilancio» e che «poco o nulla di quanto proposto dal comitato ha trovato accoglimento. Al contrario, alcune delle modifiche inserite sembrano rispondere più a una narrazione più o meno fantasiosa e ideologica, e pesantemente negativa, sui beneficiari del reddito di cittadinanza che a una analisi dei dati empirici. In particolare, – scrive Saraceno – la narrazione per cui i beneficiari rifiuterebbero le offerte di lavoro perché il Rdc dà loro abbastanza di che vivere, non trova riscontro empirico non solo nelle somme effettivamente percepite – 577 euro in media per famiglia, non per individuo, al mese – ma neanche in dati attendibili. Manca infatti una base dati nazionale che documenti le offerte effettivamente fatte ai beneficiari “occupabili” (un terzo circa di tutti i beneficiari) e i rifiuti da parte di questi ultimi. Non è ancora stata risolta la questione di come mettere in comunicazione e condivisione centri per l’impiego che dipendono dalle regioni. Quello che sappiamo è che meno di un terzo dei teoricamente “occupabili” è stato preso in carico da un Cpi. Il che non significa che abbia ricevuto una proposta di lavoro o di formazione, ma che il suo caso ha cominciato a essere esaminato. Quindi la stretta inserita in finanziaria, in base alla quale le offerte rifiutabili senza decadere dal beneficio non sono più tre, ma due, ha valore puramente simbolico, che rafforza l’idea dei beneficiari come pigri nullafacenti, evitando di mettere a fuoco la carenza di politiche attive e la mancanza di domanda di lavoro di qualità adeguata alle basse qualifiche della stragrande maggioranza dei beneficiari».

E anche sulla scelta di considerare la seconda offerta di lavoro come sempre congrua e irrinunciabile Saraceno scrive che è  «come se un imprenditore veneto andasse a cercare possibili lavoratori tra i beneficiari campani o siciliani e questi potessero permettersi i costi di spostamento, oltre che organizzativi, stanti i bassi salari cui possono aspirare con le loro qualifiche. Se l’attivazione verso il lavoro non sta funzionando come ci si aspettava, quindi, non è “colpa dei beneficiari”, ma della scarsità, quando non assenza, di politiche attive, unita alla scarsità di una domanda di lavoro adeguata alle caratteristiche di questa particolare offerta».

Le proposte (frutto di un lavoro serio che si basa sui numeri e non sui sentimenti politici) erano in tutto 10:

  1. La modifica della scala di equivalenza che al momento penalizza le famiglie con minorenni e quelle numerose, non solo rispetto all’importo (cosa che può essere in parte corretta dall’introduzione dell’assegno unico), ma anche rispetto all’accesso. Viene proposto di dare ai minorenni lo stesso coefficiente degli adulti e di alzare a 2,8 (rispetto al 2,1 attuale) il coefficiente massimo. Contestualmente la soglia massima di reddito per una persona sola potrebbe essere diminuita a 5.600 euro e l’importo massimo del Rdc a 450;
  2. L’abbassamento a cinque anni del requisito di residenza per gli stranieri, in modo da poter intervenire tempestivamente sulle condizioni di disagio, prima che si cronicizzino
  3. La modulazione del contributo per l’affitto in base alla numerosità della famiglia.
  4. La considerazione di una parte del patrimonio mobiliare come reddito ai fini della determinazione del beneficio, in modo da evitare oggettive disparità di trattamento.
  5. la modifica dei criteri di congruità dell’offerta di lavoro, per tenere meglio conto delle basse qualifiche e della distanza dal mercato del lavoro di molti beneficiari pur teoricamente “occupabili”, per incoraggiarli a fare esperienze di lavoro anche parziali e temporanee, ma considerando congrue dal punto di vista della distanza solo offerte nel raggio di 100 km.
  6. Riduzione dell’attuale altissima aliquota marginale che scoraggia il lavoro regolare, portandola dall’80 al 60 per cento e senza limiti di tempo, ma fino alla soglia di imposizione fiscale.
  7. Eliminazione dell’imposizione di una dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro da parte di tutti i beneficiari, richiedendola solo a coloro che vengono indirizzati ai centri per l’impiego, in modo da evitare inutili duplicazioni di prese in carico da parte di questi e dei servizi sociali
  8. Estensione degli incentivi ai datori di lavoro che offrono un contratto almeno annuale a tempo pieno oppure a orario parziale ma a tempo indeterminato, sospendendo anche, in attesa di un aumento dell’efficienza dei centri per l’impiego e delle piattaforme, l’obbligo a registrarsi sulla piattaforma apposita.
  9. Consentire che i partecipanti ai progetti di utilità collettiva – Puc – vengano individuati sulla base delle competenze e interessi.
  10. Eliminare la norma, controproducente e in radicale contrasto con ogni principio di gestione prudente del bilancio familiare, che richiede di spendere integralmente il beneficio mensile, salvo venir decurtato il mese successivo della somma non spesa.

Cosa altro serve per capire quale sia la matrice di questo governo? Cosa altro serve per smetterla con questa narrazione del governo apolitico?

Buon giovedì.

Nella foto: il presidente del Consiglio Mario Draghi, il ministro del Lavoro e delle politiche sociali Andrea Orlando e il ministro dell’Economia Daniele Franco

 

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