La serie tv “Strappare lungo i bordi” del fumettista romano è un j’accuse poetico e potente sulle aspettative deluse di una generazione che vive in perenne tensione tra un ordine sociale opprimente e lo slancio ideale dell’adolescenza

Strappare lungo i bordi, la nuova serie d’animazione di Zerocalcare – e delle molte maestranze che hanno collaborato con lui – parla di noi, dei nati nello scorcio finale del ’900: noi che ci ritroviamo, oggi, sbalzati dalle aspettative che avevamo del mondo e calati in una realtà che non ci appartiene mai fino in fondo.
La potenza narrativa del racconto, le frequenti incursioni nel repertorio ironico del fumettista, la capacità di sviluppare una analisi introspettiva profonda avvalendosi dell’intreccio vorticoso di piani temporali che si sovrappongono continuamente sono lì a testimoniare della qualità del lavoro.

Quel che più impressiona è la capacità di Zerocalcare di evocare compiutamente nello spettatore una riflessione politica. Non voglio dire che la serie debba ritenersi finalizzata esclusivamente o prevalentemente a trainare un messaggio politico. L’aspetto politico del racconto non viene retoricamente evidenziato: come un fiume carsico scorre silenzioso per tutto lo sviluppo della narrazione, riversandosi con energia e dolorosa schiettezza davanti agli occhi dello spettatore nel finale.

Zerocalcare traccia gli itinerari esistenziali di un gruppo di amici che – ad esclusione del protagonista, assorbito da una stasi caratteriale a tratti soffocante – si gettano nel loro percorso di studi, faticando per anni, coniugando studio e lavoro in un microcosmo ostile, Roma, che rende tutto più complicato. La serie racconta, con potenza evocativa e piegature poetiche, i sogni dei ragazzi, il loro slancio vitale, le loro speranze nella possibilità di un miglioramento della condizione umana propria e altrui, mediante la conoscenza, la dialettica, la diffusione delle idee.

Sarah e Alice, amiche del protagonista, studiano all’università e danno ripetizioni per mantenere un minimo di indipendenza dalla famiglia. Lo fanno perché ci credono: Sarah spera un domani di diventare insegnante e di potersi dedicare alla formazione dei più giovani. Alice, invece, si lascia rimbalzare da un master all’altro in attesa di un contratto di ricerca. Si impegnano e lavorano sodo perché intravedono, forse ingenuamente, nella relazione pedagogica tra insegnante e allievo lo strumento per la creazione di una società più giusta e più felice.
A fronte di questo impegno, di questo esercizio non di arrivismi opportunistici, ma di aspettative sane in sé stessi e nel benefici che si può apportare alla società, l’esito dei loro percorsi di studio non sembra restituire alle ragazze ciò a cui avrebbero avuto diritto. Sarah è costretta a rifugiarsi in lavoretti precari e malpagati; e Alice, che non riesce più a mantenersi a Roma, deve tornare a vivere con i genitori a Biella, sua città natale.
La favola della meritocrazia, tanto decantata dalle élites liberali che perseguono la conservazione dell’ordine di cose esistente attraverso la costruzione di…


L’articolo prosegue su Left del 26 novembre 2021

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