Con un romanzo duro e politico, Massimiliano Smeriglio racconta l’estrema periferia metropolitana, dove è assente ogni dimensione pubblica e collettiva. Ma "Se bruciasse la città" è anche un canto d’amore per la Capitale, per come potrebbe essere

«Che poi vista da qui al tramonto, con lo scirocco che tiene a bada la puzza, le luci in lontananza, i rumori in sottofondo, con tutti questi campi e l’attesa delle volpi, la città appare bellissima».
È un condensato poetico di tutto il romanzo il finale di Se bruciasse la città, il nuovo romanzo di Massimiliano Smeriglio, fra senso di naufragio e bellezza che non lascia scampo. Uscito il 9 dicembre per l’editore Giulio Perrone, è un canto d’amore, ruvido e potente, per Roma, per le sue periferie, i suoi quartieri di “nuova” generazione di cui lo scrittore indaga le contraddizioni, senza sottacerne la ferocia.
Fin dal suo esordio con Garbatella combat zone (Voland, 2010) la Capitale è il cuore, la scena pulsante, direi la vera protagonista della scrittura di Smeriglio, alimentata da passione politica e abbondanti lettura di narrativa americana. «Quello per Roma è un amore tossico», ironizza lo scrittore e parlamentare europeo. «E spesso, negli ultimi anni è un dolore. Lo è vedere la città perdere la coscienza di sé, della propria identità, del proprio modo di essere».
Da qui la dedica del libro: «Alla mia città, che non vuole vivere e non vuole morire»?
Roma è una città destinata ad esserci sempre ma ciò non significa che la città sia viva. Stiamo parlando di Roma, è evidente, ma io questo nome non lo uso mai, perché penso che sia un titolo che dovremmo meritarci. In questa fase non corrisponde alla storia, all’ambizione, al ruolo che questa città dovrebbe avere nel mondo. Ma per me rimane un luogo con potenzialità enormi.
Potenzialità anche dentro quella terra desolata che è oggi l’estrema periferia?
Anche dentro l’agro romano, dove c’è tutto e il contrario di tutto: ci sono i rifiuti tossici e c’è una terra che non è più in grado di produrre nulla. Tuttavia, se uno si ferma un secondo, dentro quel paesaggio c’è una dimensione che toglie il fiato. I protagonisti di Se bruciasse la città però non sono per nulla consapevoli del luogo che abitano. Ma le persone sono i luoghi che abitano. E questo genera una atmosfera di spaesamento.
Certa periferia sconta non tanto la distanza geografica dal centro, quanto la distanza dai servizi, dai luoghi di cultura, dalla possibilità di esercitare i propri diritti?
Mi interessava raccontare una realtà di quartiere dove non c’è più neanche una dimensione minima di storia orale, di racconto. Accade quando il quartiere non è più tale ma è la borgata di ultima generazione, dove puoi trovare abitazioni povere ma anche ville con piscina. Ci possono…


L’intervista prosegue su Left del 10-16 dicembre 2021

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SOMMARIO

Direttore responsabile di Left. Ho lavorato in giornali di diverso orientamento, da Liberazione a La Nazione, scrivendo di letteratura e arte. Nella redazione di Avvenimenti dal 2002 e dal 2006 a Left occupandomi di cultura e scienza, prima come caposervizio, poi come caporedattore.