Don’t look up è un’allegoria grottesca del capitalismo e della sua stupidità distruttiva. Mondo politico e sistema mediatico appaiono funzionali a un sistema che tenta di ricavare profitti anche dall’apocalisse. Questa divertente e angosciante commedia è un invito al rifiuto e all’azione

Un film politico travestito da commedia grottesca, o, se preferite, un film iperrealista travestito da film di fantascienza. Questo è Don’t look up. Il titolo (“non guardate in alto”, cioè verso la cometa che punta dritto contro la Terra) riprende l’esortazione dei negazionisti a non dare ascolto a professoroni e gufi, direbbero Renzi o Berlusconi, che denunciano il disastro ambientale in corso o che si rifiutano di osannare il nuovo Rinascimento delle petromonarchie del Golfo.

Questo film non mette in scena singoli individui, o meglio, non parla di Donald Trump più di quanto non parli di Hillary Clinton, non parla di Steve Jobs e del suo pseudospiritualismo più di quanto parli dell’ottimismo tecnologico di Elon Musk. Don’t look up dipinge alcuni idealtipi in forma ironica e caricaturale. La presidentessa degli Stati Uniti (Meryl Streep), la cui unica preoccupazione sono le elezioni di midterm e la propria rielezione, rappresenta “il” sistema politico occidentale, dipendente dalle lobby economiche e ombelicamente concentrato su un orizzonte di brevissimo termine, secondo il modello della speculazione finanziaria. Peter Isherwell (Mark Rylance), il potentissimo imprenditore che finanzia la campagna presidenziale vede nella cometa in arrivo una miniera di terre rare e minerali preziosi da sfruttare, rappresentando benissimo “il” modo di ragionare e di agire delle multinazionali. La conduttrice televisiva Brie Evantee (Cate Blanchett) incarna il sistema dell’infotainment e la sua stupidità. Fra i principali cultori dell’ignoranza, come mostra il film, c’è il carrozzone mediatico. A cominciare da un certo giornalismo televisivo le cui priorità non dipendono dal valore della notizia. Persino l’annuncio della fine del mondo finisce in coda alla rottura fra la pop star Riley Bina (Ariana Grande) e il fidanzato. La giornalista Brie Evantee e il suo collega riescono a svuotare di senso qualsiasi notizia e a depotenziare qualsivoglia contenuto. Non ne esce meglio neppure il giornalismo della carta stampata: il New York Herald – evidente allusione al “democratico” New York Times – decide di non trattare più la notizia perché fa pochi clic.

Peter Isherwell è un magnifico frullato di Steve Jobs, Elon Musk, Peter Thiel, Mark Zuckerberg e Bill Gates. È la perfetta incarnazione del green-washing e del social-washing del capitalismo contemporaneo, un filantropo narcisista privo di qualsivoglia empatia. Dietro una maschera che congela un sorriso celestiale ben più preoccupante della risata di Joker si nasconde un’avidità letteralmente sconfinata. Grazie al controllo dei big data, il magnate-profeta sa ogni cosa di noi, persino come moriremo, ma non sa che anche il suo egoistico piano di sopravvivenza riservato ai super ricchi è ne più né meno che una buffonata. E proprio a loro spetta, come contrappasso, la fine più ridicola.
Isherwell, con le sue ricchezze, non compra solo la politica ma anche un esercito di brillanti ricercatori delle più importanti università. Anche grazie al loro contributo, metterà a punto il progetto per accaparrarsi i minerali preziosi contenuti nella cometa, ostacolando il più sicuro piano di deviazione del suo corso. Insomma, il film critica l’antiscientismo tanto quanto la privatizzazione della ricerca, spiegando come i finanziamenti delle Corporation ne orientino direzione e finalità. E non risparmia stoccate a quella parte di mondo accademico che rinuncia alla ragione per inseguire il denaro.

Non è un caso che a rappresentare la scienza ‘disinteressata’ e lo sguardo della minoranza critica di questo mondo siano due astronomi di un’università minore e poco prestigiosa, l’Università del Michigan: il professor Randall Mindy (Leonardo DiCaprio) e la dottoranda Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence). La dottoressa Dibiasky è una donna (questione di genere), è giovane (questione generazionale; più o meno la generazione Thunberg, inascoltata e derisa) e viene dalla periferia popolare dell’Illinois (questione sociale e di classe). Non poteva che essere lei a scoprire la cometa e poi a gridare la rabbia più genuina in faccia a un mondo che non vuole ascoltare e che, malgrado la qualità della sua ricerca scientifica, finisce per etichettarla come pazza squilibrata.

In questo quadro non potevano naturalmente mancare i complottisti. Ma i complottisti sbagliano anche quando esprimono un fondato sospetto verso la verità ufficiale. Lo evidenzierà chiaramente Kate Dibiasky: “Sono troppo stupidi per essere malvagi come credete». Il cuore del film è proprio il disvelamento della stupidità del sistema: una politica in balia “dei mercati” e dei tanti Isherwell in plancia di comando, il cui unico obiettivo è arricchirsi fino ad un istante prima della fine, e dopo la fine.

Quella dei negazionisti e di chi non crede ai calcoli matematici che mostrano l’arrivo della cometa è la stupidità elementare e primitiva di chi si illude che sia sufficiente non guardare una cosa per non farla esistere. Ma la vera e più profonda stupidità è quella dell’1% e cioè di coloro che vogliono intraprendere un’operazione rischiosissima per ricavare profitti dalla cometa anziché scegliere una più semplice e realistica deviazione della sua traiettoria.
Insomma, il film è una distopia realistica che descrive, in modo farsesco, il mondo in cui viviamo. In particolare restituisce il logos del sistema economico globale, l’anima del neoliberismo, qualcuno direbbe lo spirito del capitalismo in quanto tale: la ricerca del profitto ad ogni costo, fosse anche la fine della vita sul pianeta. Perché persino dalla fine del pianeta si ha l’illusione di poter ricavare profitti o, come viene venduto ad un’opinione pubblica pronta ormai a digerire qualsiasi cosa, di generare «posti di lavoro».

Dont’ look up non è un film catastrofico su una cometa che impatta sulla Terra perché nessuno fa nulla di intelligente ma è l’allegoria della catastrofe già in atto, che ha una causa ben precisa: il modello economico dominante. E’ quindi una critica alla ferocia di questo modello e ai suoi protagonisti, sia economici che politici, e ai suoi corifei, il mondo dell’informazione e dell’infotainment. Il regista, Adam McKay, non è nuovo a operazioni del genere: ha firmato alcune delle più spietate e ironiche analisi del capitalismo contemporaneo e del mondo della finanza, dai tempi della collaborazione con Michael Moore fino a “La grande scommessa” e alla serie televisiva “Succession”.

Il film, pensato e scritto prima della pandemia, intendeva raccontare come andremo a sbattere sul muro della catastrofe ambientale e climatica se continueremo con il “business as usual”. Il piano folle di Isherwell (che si riprometteva di salvare capra e cavoli: frammentare la cometa in modo da limitarne l’impatto e allo stesso tempo fare incetta di terre rare, oggi sotto il suolo cinese e fondamentali per le nuove tecnologie) è una parodia della così detta Green-economy, ossia il tentativo di contrastare il cambiamento climatico senza cambiare l’attuale modello di sviluppo. Tuttavia le vicende narrate nel film si adattano perfettamente anche alla pandemia da Covid19, dove il primato dei profitti sulla vita ha condotto Stati e multinazionali a non mettere in discussione i brevetti sui vaccini: un massacro per il sud del mondo ma anche un boomerang per noi del nord, dato che il virus continua a variare.

Arriviamo quindi al finale, senza poter dar conto di tutte le perle disseminate nel film, dal generale che si fa pagare gli snack disponibili gratuitamente, impersonificazione della meschinità e della svergognatezza del potere, fino alla scena esilarante del figlio della presidentessa, nonché suo capo di gabinetto, che di fronte alla catastrofe recita una preghiera “per le cose”, la “roba” di verghiana memoria. L’attuale classe politica e il sistema mediatico sono senza speranza, ambedue funzionali ad un modello economico che tenta di ricavare profitti anche dall’apocalisse, spintosi ormai ben oltre la “shock economy” di cui ha scritto Naomi Klein. Il Leonardo DiCaprio del mondo reale, attivista ambientalista, così come il regista-sceneggiatore del film, iscritto ai Democratic Socialists of America, partito d’ispirazione marxista ed ecosocialista, sanno bene che non è il momento di metterci a recitare una vana preghiera consolatoria e rifluire nel privato, prendendo atto della nostra impotenza. Don’t look up intende spronare alla presa di coscienza e all’azione, proprio per questo non poteva che mostrare un’umanità post-Happy End. Nessun finale retorico e hollywoodiano era possibile, nessun eroe a stelle strisce che salva l’umanità: si tratta piuttosto di darci una svegliata finché siamo in tempo (molto divertente la dissacrazione del sacrificio patriottico di Ron Perlman, fra una citazione del dottor Stranamore di Kubrick e le battute che gli fanno recitare, copiate da “Salvate il soldato Ryan”).

Nel finale pur tragico di questa commedia, nell’accettazione del proprio destino da parte di Randall Mindy e di Kate Dibiasky, c’è comunque un elemento luminoso. L’empatia e la scelta dei due scienziati di morire insieme alle persone amate, proprio mentre la presidentessa dimentica suo figlio sulla Terra.

Una scelta azzeccata quella di girare una commedia sull’imminente apocalisse, perché l’ironia che innerva tutto il film è più potente di qualsiasi pistolotto. Quindi sì, una risata ci seppellirà, oppure un Bronteroc ci divorerà.