È stato appena trasmesso in televisione il film L’ufficiale e la spia sul caso Dreyfus. Quella vicenda segnò uno spartiacque nella terza Repubblica francese, toccata dall’ingiusta campagna nei confronti di un innocente accusato di spionaggio.
Ecco, il caso di Julian Assange ricorda, persino in peggio, quel buco nero.
Infatti, sul giornalista australiano fondatore di Wikileaks pesa un’omologa accusa da parte degli Stati Uniti in base all’Espionage Act del 1917. Il rischio di una interminabile condanna si appalesa per chi ha avuto il coraggio di far venire alla luce crimini e misfatti delle guerre in Iraq e in Afghanistan, nonché connubi e complicità di numerosi Stati occidentali, con la cura di mantenere l’anonimato dei whistleblowers. Sul banco degli accusati Usa, Gran Bretagna e Paesi alleati, ivi compresa l’Italia.
Bombardamenti massivi, attacchi armati alla popolazione civile, torture di Guantánamo disvelate sono tessere di un mosaico di orrori. Il grande sito di informazione, collegato fino al loro voltafaccia a numerose testate note ed influenti, ha rotto il sipario del silenzio che accompagna generalmente le politiche del cinismo bellico.

Da anni, almeno dal 2010, ha preso il via l’odissea di Assange, attraverso tribunali svedesi e poi britannici, con l’incombere – auguriamoci di no, visto che gli avvocati hanno fatto ricorso contro la sentenza dello scorso 10 dicembre 2021 dell’Alta Corte di Londra – di una possibile estradizione oltre oceano. In quella sentenza si accettava l’appello proposto dagli Usa, dopo la precedente decisione del gennaio che aveva respinto al contrario la richiesta per motivi di salute. Del resto, lo stesso inviato speciale delle Nazioni Unite contro la tortura Nils Melzer aveva lanciato l’allarme, ipotizzando rischi suicidari. E così pure la compagna di Assange, avvocata Stella Morris.

Il calvario è passato dall’auto isolamento nell’ambasciata dell’Ecuador nel Regno Unito alla prigione dedicata ai peggiori criminali e terroristi di Belmarsh.

In caso di accoglimento dell’estradizione il pericolo concreto è che il tribunale americano commini una pena di 175 anni, secondo la consuetudine di quella giustizia di usare le addizioni e non la prevalenza della colpa. In tutto questo, quasi per un cinico disegno del destino, uno degli artefici principali della guerra in Iraq, Tony Blair, ha ricevuto la maggiore onorificenza elargita dalla Regina. In verità, già oltre un milione sono le firme di un appello contrario.
Che succederà? Ci sarà qualche iniziativa politica o diplomatica nei riguardi del presidente statunitense Biden (la divulgazione dei Pentagon papers sul Vietnam non ebbe conseguenze giudiziarie), affinché si conceda la grazia ad una figura eminente dell’informazione di inchiesta, cui – se mai – andrebbe conferito un premio Pulitzer? Qualcosa si muove, a parte i generosi sit-in dello specifico comitato nato anche in Italia e la tessera ad honorem consegnata attraverso Stefania Maurizi dall’Associazione Articolo21.

Ad esempio, contro l’estradizione si è schierato il vice premier australiano, mentre il presidente messicano ha offerto l’asilo politico al giornalista.
Purtroppo, a livello istituzionale finora, qui da noi, non va affatto bene. Anzi. La mozione parlamentare presentata dal deputato Pino Cabras è stata bocciata e il governo si è voltato dall’altra parte. Al riguardo, che dice il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, rappresentante di una forza – il M5s – che intratteneva rapporti intensi con Assange? Errori giovanili?
Siamo al cospetto di una pagina decisiva per l’esercizio della libertà di informazione.
Una pagina che fa la Storia.

*L’autore: Vincenzo Vita, giornalista e già senatore Pd, è presidente della Fondazione Archivio audiovisivo del Movimento operaio
e democratico


L’editoriale è tratto da Left del 14-20 gennaio 2022

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO