Dal quartiere di Napoli, dove è cresciuto, ai murales realizzati in tutto il mondo. L’artista racconta la sua formazione, il suo impegno sociale e le prospettive della street art. «Il graffitismo – dice – deve cambiare, superando la fase della ribellione»

A Spaccanapoli, tra i palazzi di tufo e di cemento raschiato, su un muro c’è il volto di un giovane dai tratti ben definiti (le labbra carnose, i capelli e gli occhi marroni e la pelle non troppo chiara), con le guance segnate da due graffi rossi e lo sguardo rivolto verso i tetti dei palazzi. Non solo il Gennaro popolare a Napoli: Jorit Agoch ha dipinto personaggi come Mandela, Pasolini, Gramsci, Ilaria Cucchi, Luana D’Orazio (la ragazza vittima sul lavoro), Angela Davis, Pablo Neruda in Cile, Jurij Gagarin in Russia, Santiago Maldonado in Argentina, ma anche volti immaginari come la bambina Ael dipinta su un grande muro di Scampia. «Voglio rappresentare lo spirito di una collettività universale e, attraverso le mie opere, creare un immaginario», dice l’artista.

Jorit, la sua attività artistica è sempre stata accompagnata dall’attivismo sociale. Nel tempo, che tipo di evoluzione creativa e politica c’è stata?
Ho iniziato come autodidatta. Ho frequentato l’Accademia, ma il mio professore non dipingeva e non ci ha mai fatto prendere un pennello in mano. Ho perciò imparato per strada e nel corso degli anni c’è stata un’evoluzione, per me incredibile e inaspettata, che è andata dalla realizzazione delle semplici tag (i graffiti che rappresentano le firme dei writer ndr) al dipingere le facciate dei palazzi e poi dei grattacieli. Queste trasformazioni mi hanno fatto capire che più si cresce e più si può penetrare il mondo e avere voce. E adesso vorrei sempre più contribuire a sensibilizzare le persone sulla necessità di avere un pensiero critico.

L’arte come può essere veicolo di rivendicazione dei diritti fondamentali?
Faccio sempre l’esempio di Picasso con Guernica che è un’opera di denuncia sociale, rivoluzionaria. Gli artisti che non si interessano alla realtà, che non entrano nelle contraddizioni del presente, che non si schierano, secondo me non sono veri artisti. Possono essere pittori, decoratori ma nient’altro.

Nelle sue opere i volti sono segnati da due graffi rossi sulle guance. E lei raffigura i personaggi parlando dell’appartenenza alla “tribù umana”. Cosa significa?
Da ragazzino facevo molto volontariato. Avevo il bisogno di portare il mio contributo nei Paesi dove la vita è ancora più difficile rispetto che all’Italia. Sono stato spesso in Tanzania, in Kenya, anche per lunghi periodi. In questi luoghi vedevo i ragazzini con dei tagli sul volto, a volte anche molto profondi. Per loro erano un segno di appartenenza alla loro tribù d’origine che li avrebbe legati per sempre al loro popolo. Mi ha affascinato così tanto questo concetto di…


L’intervista prosegue su Left del 21-27 gennaio 2022 

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