Due anni di pandemia hanno messo tutti a dura prova. Aumenta la richiesta di attenzione al benessere psichico. In primis da parte degli studenti. Per rispondere a queste esigenze diffuse non basta un “bonus psicologo”. Serve più psicoterapia nelle strutture pubbliche

Nei due anni di necessarie misure di distanziamento sociale a causa della pandemia, di apprensione per la salute propria e dei propri affetti, e di preoccupazione per la crisi economica, si è registrato un forte aumento della richiesta di cure psichiche. Come emerge da un sondaggio Ipsos condotto in collaborazione con il World economic forum, già a marzo 2021 i dati mostravano un peggioramento della salute mentale per il 45% degli intervistati a livello internazionale. E l’Italia figurava tra i Paesi in cui i cittadini hanno subito maggiormente le conseguenze del Covid. Nello stesso sondaggio «più della metà degli italiani intervistati (54%) ha dichiarato un peggioramento e soltanto l’8% un miglioramento» del benessere psichico.

Nella vita reale questo si è tradotto in una maggiore richiesta di accesso alle cure, che però ha dovuto fare i conti con la crisi che si è abbattuta sul mondo del lavoro. Stando a uno studio dell’Istituto Piepoli, nel 2021 il 27,5% delle persone che volevano iniziare un percorso psicoterapico non ha potuto farlo per ragioni economiche. Mentre il 21% è stato costretto a interromperlo. A giugno 2021 su Left, Massimo Cozza, direttore del dipartimento di salute mentale della Asl Roma 2 (il più grande d’Italia con un bacino di utenza di 1,3mln di abitanti), sollecitato dai colleghi psichiatri e psicoterapeuti Alice Dell’Erba e Riccardo Saba, notava che dopo la progressiva riapertura le richieste d’aiuto urgenti rivolte agli psichiatri erano aumentate a dismisura.

«Quella principale riguarda gli adolescenti – ci ha spiegato Cozza -. Si tratta di disturbi depressivi, di gesti autolesivi e di disturbi del comportamento alimentare, rispetto ai quali stimiamo un aumento della richiesta di circa il 30%». Mancavano pochi giorni alla II Conferenza nazionale convocata dal ministro Speranza, considerata da tanti operatori un’occasione di rilancio delle tematiche centrate sulla tutela della salute mentale in età evolutiva e non solo. Finita la Conferenza, però, come un fiume carsico, il dibattito politico si inabissato scomparendo dai media mainstream per riemergere all’inizio del 2022 con la proposta, appoggiata da tutti i principali gruppi parlamentari, di inserire nella legge di Bilancio il cosiddetto “bonus psicologo”, un voucher di 50 milioni di euro complessivi per aiutare economicamente le persone che decidono di rivolgersi a uno psicologo, uno psichiatra o uno psicoterapeuta.

Se ne è discusso brevemente dopo la bocciatura del “bonus” da parte del governo e di nuovo la questione della salute mentale è scomparsa dai radar dell’informazione generalista. Come se il benessere psichico degli adolescenti e degli adulti non fosse altrettanto prioritario della salute fisica. Come se i problemi che gravano sulla salute mentale non fossero legati a doppio filo a deficit strutturali della sanità pubblica dopo vent’anni di tagli, deficit che il coronavirus ha reso più evidenti.

Una lezione di sensibilità e senso civico arriva dal sindacato studentesco della Rete degli studenti medi che, come leggerete nella storia di copertina, ha inserito il diritto alla salute mentale tra i 4 pilastri di un documento dal titolo Il futuro è nostro. Ripartiamo da zero. Ovvero, scrive l’autrice dell’inchiesta, Angela Galloro, si riparta dal punto in cui i giovani sentono tristemente di essere stati lasciati. «Abbiamo il diritto a essere ascoltati per superare le problematiche che la nostra età e la realtà ci mettono di fronte, vogliamo incontri a scuola con esperti per poter affrontare e prevenire l’ansia, la depressione che la pandemia ha reso più frequenti» raccontano gli studenti intervistati riportando in primo piano il ruolo fondamentale della scuola e quindi del servizio pubblico nella tutela della salute psichica.

Va detto che dei segnali positivi ci sono stati. Ad esempio, ad oggi, in seguito al protocollo di intesa tra l’Ordine degli psicologi e il ministero dell’Istruzione siglato a settembre 2021, il 69% degli istituti scolastici ha attivato la presenza di una figura professionale di sostegno. Tuttavia, come sottolineano gli studenti della Rete, questa si limita a poche ore a settimana, insufficienti per i tanti ragazzi che vorrebbero usufruirne.

Insomma, di lavoro da fare ce n’è ancora parecchio e con questo nuovo numero di Left vogliamo rivitalizzare il dibattito e tenere alta l’attenzione sulla portata e le conseguenze di un problema diffuso e irrisolto. Per questo abbiamo sollecitato il ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha risposto alla nostra intervista, e abbiamo aperto un dibattito coinvolgendo la senatrice Paola Boldrini, vicepresidente della Commissione Sanità e prima firma dell’emendamento sul Bonus salute mentale, Nicola Fratoianni, deputato di Sinistra italiana, Andrea Filippi, segretario nazionale Fp-Cgil medici, e Marta Bonafoni consigliera della Regione Lazio che nei giorni scorsi ha varato un “bonus psicologo” da 2,5mln.

Senza negare il lavoro fondamentale svolto da psichiatri, psicoterapeuti e psicologi in ambito privato vogliamo approfondire la riflessione avviata da Cozza su Left sull’opportunità del voucher e sul rischio che una sua (già ventilata) riproposizione in futuri provvedimenti risponda a logiche di mercato e a una svalutazione del ruolo fondamentale del Servizio sanitario nazionale, che invece – ribadiamo – va implementato in termini di figure professionali e finanziato a dovere, perché tutti possano avere accesso alle cure. Per questo si potrebbe, per esempio, iniziare con il dirottare verso la salute mentale qualche miliardo destinato ad inutili armamenti. Chiediamo troppo?


L’editoriale è tratto da Left del 28 gennaio 2022 

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