Contro ogni pronostico, il Partito socialista portoghese guidato da António Costa ha ottenuto la maggioranza assoluta in Parlamento alle elezioni politiche. La sua vittoria è una lezione anche per il resto d’Europa

Il Portogallo è socialista a «maggioranza assoluta». Questo il risultato delle elezioni politiche che si sono tenute domenica 30 gennaio, di cui il protagonista indiscusso – senza dubbio – si conferma il leader del Partito socialista (Ps) António Costa. La sinistra radicale perde consensi in modo significativo, la destra populista Chega (“Basta”) di André Ventura sale al 7,2 percento, i socialdemocratici del Psd (centrodestra in Portogallo) si fermano al 27, mentre lo storico partito di centro Cds – Partido Popular (nato contro la dittatura di Salazar) per la prima volta è fuori dal Parlamento. Ma prima di avventurarci in improbabili e fantasiosi parallelismi con lo scenario politico del nostro Paese – lo so, la tentazione è grande – facciamo un passo indietro.

Quando scrissi per la prima volta del leader socialista António Costa era il 2013: sul blog Sosteniamo Pereira cercavo di raccontare, appena sbarcato a Lisbona, la vittoria del Partito socialista alle elezioni comunali della Capitale. Il Portogallo era ancora in pieno commissariamento europeo e le elezioni amministrative di allora sancirono inequivocabilmente una bocciatura delle politiche di austerity, che l’ala conservatrice del Parlamento lusitano – i socialdemocratici portoghesi – recepirono senza batter ciglio per tutto il corso del loro mandato elettorale. Le manifestazioni di piazza, all’epoca, scandivano il ritmo quasi quotidiano della vita delle cittadine e dei cittadini, almeno di coloro che abitavano la Capitale: ebbene, Costa fu riconfermato sindaco di Lisbona per la seconda volta di seguito in un contesto in cui, a livello nazionale, il Ps si attestava al 36,4 per cento. Oggi, agli inizi del 2022, il leader socialista ritorna sempre per la seconda volta, dopo la vittoria del 2015, alla guida dell’intero Paese ottenendo il 41 percento dei consensi e dunque la maggioranza assoluta in Parlamento con 117 seggi (ne bastano 116 per ottenerla nell’Assemblea della Repubblica portoghese) a cui si potrebbero aggiungere altri 2 seggi dai collegi esteri.

«Una maggioranza assoluta non equivale al potere assoluto» ha commentato a caldo Costa subito dopo gli esiti del voto, arrivati nella notte del 30 gennaio scorso. Sì, perché a questo giro, al contrario del 2015, il leader del partito nato nel 1973 in funzione rivoluzionaria contro il regime salazarista (e il cui simbolo raffigura ancora un pugno chiuso su sfondo rosso) potrà governare da solo senza prevedibili difficoltà, senza dover ricorrere al sostegno della sinistra radicale. Non a caso Costa, circa sei anni fa, per riuscire a reggere un governo di maggioranza relativa dovette dar vita all’esperimento della cosiddetta geringonça – un “trabiccolo”, un “aggeggio” – che vedeva i socialisti accordati con il Bloco de esquerda (blocco di una sinistra, potremmo dire, “eterodossa”) e con la Coligação democrática unitária (Cdu), la storica coalizione tra il Partito comunista portoghese e i Verdi. Si formava così un governo di minoranza monocolore socialista (in Portogallo si può fare) e sostenuto dall’esterno di volta in volta dai gruppi della sinistra radicale. Un’esperienza che è proseguita nel 2019 e che si è conclusa anticipatamente lo scorso ottobre, quando proprio il Bloco e la Coligação hanno deciso di non sostenere la legge di bilancio, dal momento che una parte delle loro richieste (soprattutto in merito a scelte economiche redistributive) sono state escluse dalla manovra. Uno scenario, questo sì, che potrebbe ricordare vicende tutte italiane.

Questa volta in Portogallo è diverso, si diceva. Ogni pronostico che fino a domenica dava Costa per perdente è stato ribaltato: sarà stata la paura di lasciare in mano il Paese ai conservatori che si sarebbero potuti alleare con i neofascisti di Chega o il timore di perdere il treno delle risorse europee, circa 30 miliardi per le infrastrutture e circa 15 per aumentare la competitività delle imprese private. Fatto sta che un leader, oggi, i socialisti lo hanno. La sinistra radicale precipita (la Cdu e il Bloco si fermano entrambi a solo il 4,4 per cento, laddove nell’ultimo decennio erano riusciti a raggiungere, rispettivamente, picchi dell’11 e del 7 circa), la destra estrema avanza. In tal senso, paragonare il partito socialista portoghese al Partito democratico italiano sarebbe del tutto improprio. Basti pensare alle politiche sociali e del lavoro messe in atto nel post commissariamento, così come all’alleanza con i comunisti. Basti pensare che Costa ha detto esplicitamente che con partiti neofascisti come Chega non potrà mai esserci alcun dialogo. E poi, basti ragionare sul fatto che, in Portogallo, anche la sinistra radicale ha delle sue precise peculiarità: non dimenticherò mai quando, durante un manifestazione nel 2013 indetta dal principale sindacato del Paese – la Cgtp – contro le politiche di austerità, vidi sventolare insieme alle bandiere rosse quelle con il simbolo del Portogallo, a ricordarci, per esempio, che “patriottismo” (di certo più similmente a una tradizione di esquerda latinoamericana) non fa rima necessariamente con “sovranismo”. Per inciso: per un Paese europeo che – per evidenti ragioni storiche – ha sempre rivolto lo sguardo più oltre oceano, verso il Brasile, che non alla grigia Bruxelles, la notizia di qualche giorno fa della definitiva liberazione di Lula dalle accuse di corruzione che gli erano state mosse da Sergio Moro, ex giudice, ex ministro della giustizia brasiliano e grande amico di Bolsonaro, non deve essere affatto sottovalutata.

Non sono certo che gli stessi portoghesi (e ancor di più noi) sappiano spiegarsi in modo chiaro e lineare il perché di una simile vittoria così schiacciante. Tuttavia: cosa accadrà senza una corposa rappresentanza della sinistra radicale in Parlamento di fronte all’arrembaggio neoliberista di ogni ambito del lavoro e della vita in tempi di pandemia? Come si trasformerà il Portogallo delle sole imprese private? Come verrà gestito il fenomeno devastante della gentrificazione totale che sta ormai inglobando, a ritmi serrati, soprattutto la buona vecchia Lisboa? Sarà che quella portoghese è una democrazia ancora “giovane”, ma da qualche anno, ormai, ho l’impressione che le sue istituzioni democratiche sappiano ancora produrre anticorpi attivi ed efficaci. A fronte delle tendenze sociopolitiche attuali, certo, la famiglia socialista europea può tornare a esultare per qualche ora. D’altro canto, alla sinistra dei socialisti portoghesi incombe ormai l’ombra della perpetua irrilevanza politica, mentre l’estrema destra continua a guadagnare centimetri. Ecco, sono queste le uniche, possibili analogie con il contesto politico italiano che, per l’Europa e per il Portogallo, è bene che restino mere fantasticherie.