Il diritto a un fine vita che sia umano, senza sofferenze inutili è una conquista di civiltà e ci riguarda tutti. La società civile lo sa, da qui la valanga di firme per il referendum sull’eutanasia promosso dall’associazione Coscioni e altri che è stato poi bocciato dalla Consulta. C’è stata una così grande risposta perché tutti sappiamo che cosa significa, sappiamo che le persone non possono essere lasciate sole, abbandonate al loro destino di malattia terminale e costrette a soffrire inutilmente. Perché non è solo una questione di cure palliative e di terapia antidolore – pur essenziali -; è anche una questione di qualità della vita. Da parte della politica è ipocrita e delinquenziale chiudere gli occhi, lasciando che dilaghi l’eutanasia clandestina. Eppure il Parlamento ancora latita, esita, scende a compromessi, si genuflette ai diktat del Vaticano, come era già accaduto per la legge 40/2004 e per tante altre questioni che riguardano i diritti civili impropriamente detti “eticamente sensibili”.

Già nel 2019 la stessa Consulta aveva sollecitato il Parlamento a colmare il vuoto normativo dopo essere intervenuta in merito al caso di Fabiano Antoniani (Dj Fabo). Assolto per aver aiutato il giovane tetraplegico ad andare a morire in Svizzera, lo stesso Cappato parlò di una sentenza storica. Ma il Parlamento da allora non ha risposto, anzi è diventato il porto delle nebbie per quanto riguarda il tema del fine vita. Si sono mossi invece i tribunali, come quello di Ancona che ha riconosciuto a “Mario” (come Dj Fabo tetraplegico dopo un incidente stradale) il diritto – se vuole – di assumere un farmaco per porre fine alle proprie sofferenze divenute insostenibili. La legge sul suicidio assistito ora all’esame della Camera e che dovrebbe arrivare al voto a marzo, rischia di mettere in discussione anche questa conquista, perché tanti sono i paletti previsti.

Per poter accedere al suicidio assistito bisogna essere maggiorenni, capaci di intendere e di volere, essere affetti da una patologia organica irreversibile e dalla prognosi infausta, che provoca sofferenze, ed essere tenuti in vita da trattamenti sanitari, la cui interruzione provocherebbe la morte. In questi casi il medico e il personale sanitario coinvolti nel suicidio assistito non saranno imputabili. Ma la proposta in discussione prevede anche l’obiezione di coscienza. Per quanto gli ospedali pubblici siano tenuti a rispondere al malato garantendogli la possibilità di esercitare il proprio diritto, sappiamo bene come vanno poi in realtà le cose in Italia. La legge 194 garantisce il diritto all’interruzione di gravidanza, ma proprio a causa dell’altissimo numero di obiettori in Italia, è largamente disapplicata. La norma di cui Bazoli (Pd) è relatore, con tutta evidenza, rende quell’auspicato “liberi fino alla fine” una chimera per molti malati affetti da patologie organiche incurabili. Intanto anche sul testo al vaglio (e che non si avvicina minimamente alle richieste dei referendari) è partito il fuoco di fila delle destre e dei cattolici con centinaia di emendamenti. Il papa non ha mancato di tornare a ripetere che la vita umana appartiene a Dio e che non c’è un diritto alla morte. Lo ha fatto anche l’8 febbraio il giorno in cui andava in discussione alla Camera la legge sul suicidio assistito sulla quale la maggioranza resta divisa. «Io sto con le parole del Santo Padre. Per me la vita è vita, quindi voteremo di conseguenza», ha detto il capo della Lega Salvini. «Siamo di fronte a una deriva: è la cultura della morte», gli ha fatto eco la deputata Martina Parisse (Ci) nel corso delle successive dichiarazioni di voto. E con loro, a cascata, molti altri da Binetti (Udc) a Meloni (FdI) e oltre. Ma di quale vita stanno parlando? È vita umana essere ridotti allo stato vegetativo, senza possibilità di relazioni umane? È vita umana una vita che sia diventata meramente biologica avendo perso la propria realtà mentale e psichica? E perché non lasciare libero di scegliere chi non la ritenga più tale?

Ricordiamo ancora le violente affermazioni di Silvio Berlusconi nei riguardi di Eluana Englaro che era in stato vegetativo permanente da 17 anni…

La tecnologia medica che ha progredito enormemente e ci ha portato vantaggi incommensurabili permette anche di tenere in “vita” una persona precipitata in uno stato vegetativo irreversibile. La legge, la bioetica, devono intervenire per garantire perché vengano rispettati il rapporto, medico-paziente e le volontà anche di chi non può più esprimerle. Eluana lo aveva detto ai suoi genitori che non avrebbe voluto sopravvivere attaccata alla macchine, ma ci sono voluti 17 anni di lotte in Tribunale di suo padre Peppino Englaro perché fosse fatta la volontà della ragazza.

Non possiamo dimenticare la lotta politica e civile di Welby, di Coscioni, di Nuvoli e di tutti gli altri malati che coraggiosamente, insieme agli attivisti radicali, hanno fatto del loro doloroso privato un fatto pubblico per la conquista di diritti di tutti. Non possiamo far finta che non esistano quel milione e passa di firme per l’eutanasia. Lo abbiamo detto e scritto tante volte, il Paese reale è più avanti di questa classe politica inginocchiata. È tempo che questa società civile si faccia sentire anche con il voto mandando in Parlamento politici progressisti, democratici, laici, preparati, aggiornati anche sugli avanzamenti della biomedicina e della psichiatria, che si occupino di realtà umana con la mente libera da ogni soggezione vaticana. Idealmente anche a quella classe politica di sinistra “a venire” è rivolta questa storia di copertina dedicata al tema del fine vita e dei diritti civili negati in Italia con inchieste e autorevoli interventi di costituzionalisti, analisti e psichiatri.

 

* Illustrazione di Meo Claudia Pagliarulo (OfficinaB5)


L’editoriale è tratto da Left del 25 febbraio 2022 

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