Tutti angosciati e smarriti per l’invasione di Putin. I due blocchi contrapposti di tifosi osservano la guerra e la appiattiscono sulla loro narrazione. In fondo a loro la guerra in sé interessa pochissimo, l’importante è trovare la chiave narrativa per dimostrare che gli amici dei loro nemici sono cattivi e che i nemici dei nemici […]

Tutti angosciati e smarriti per l’invasione di Putin. I due blocchi contrapposti di tifosi osservano la guerra e la appiattiscono sulla loro narrazione. In fondo a loro la guerra in sé interessa pochissimo, l’importante è trovare la chiave narrativa per dimostrare che gli amici dei loro nemici sono cattivi e che i nemici dei nemici sono buoni. In Italia (da sempre terra di conquista per gli ignoranti di storia e di geopolitica) si riesce a leggere ogni evento, anche il più complesso e il più lontano, come cartina tornasole delle proprie zuffe di cortile. Il gioco è sempre quello: creare due schieramenti contrapposti per riuscire a vedere chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Così da una parte ci sono i filoatlantisti che invocano le bombe della Nato («i nostri aerei dovrebbero già essere in volo, i nostri missili già partiti» scrive pugnace Fabrizio Rondolino, e sarebbe bello immaginarlo con l’elmetto in testa pronto a partire anche lui) e dall’altra parte coloro che in nome di reminiscenze storiche (o per l’amore degli autoritarismi) venerano Putin. Provare a costruire un discorso più complesso diventa difficile, quasi impossibile: o di qua o di là. Fare una guerra è già un’azione bestiale, usarla per la propria propaganda da cortile è ripugnante e immorale.

Non vedere la distribuzione delle responsabilità storiche e politiche di ciò che sta accadendo è facile, è sicuramente comodo. Di certo i signori della guerra si avvantaggiano: si avvantaggiano coloro che con la guerra impegnano il Pil, si avvantaggiano quelli che con la guerra accontentano le proprie lobby, si avvantaggiano i ministri della guerra come il nostro Guerini che possono dare nuova linfa alle spese per gli armamenti, si avvantaggiano coloro che sanno parlare solo la lingua della guerra perché rimangono muti di fronte allo spessore che richiede la pace.

Un dato è certo: il sovranismo di cui si parla da tempo in Europa è questa cosa qui. Il sovranismo parafascista che fu di Trump, che è di Putin e che è di qualche leader anche qui da noi, ora si può ammirare in tutto il suo tragico splendore. È stato pensato da Trump e da Putin come grimaldello per indebolire l’Europa e renderla terreno di conquista. In nome di questo sovranismo distorto iniettato in quest’epoca è possibile compiere le azioni più becere e chiamarle “difese della Patria”. Non è un caso che l’estrema destra esulti: il filo nero va da Putin a Trump, Orban, Le Pen e compagnia cantante.

Dall’altra parte l’imperialismo Usa può avvantaggiarsene. L’occasione è ghiotta se è vero che qualcuno ha subito dimenticato la storia recente. Forse sarebbe il caso di ricordare che qualche giorno fa alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza il segretario della Nato Jens Stoltenberg aveva tuonato felice che «l’allargamento della Nato negli ultimi decenni è stato un grande successo e ha anche aperto la strada a un ulteriore allargamento della Ue». Solo che l’allargamento della Nato parte da quel 1999 in cui la Nato demolì la Jugoslavia, passa dall’inglobamento dei primi tre Paesi dell’ex Patto di Varsavia (Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria), poi Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss), poi Bulgaria, Romania, Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia), Slovenia (già parte della Federazione Jugoslava), fino all’Albania nel 2009 (un tempo membro del Patto di Varsavia) e la Croazia (già parte della Federazione Jugoslava) e nel 2017 il Montenegro (già parte della Jugoslavia) e nel 2020 la Macedonia del Nord (già parte della Jugoslavia). In vent’anni si è passati da 16 a 30 Paesi arrivando fino all’interno del territorio dell’ex Urss, con la Nato che altro non è che il vestito buono (e molto lungo) delle leve militari Usa. Anche questo è un “sovranismo” (considerato più buono) che altro non è che egoismo politico.

Intanto in Ucraina c’è una minaccia immediata per le vite e il benessere di 7,5 milioni di bambini. Negli ultimi giorni colpi di armi pesanti lungo la linea di contatto hanno già danneggiato infrastrutture idriche di base e scolastiche. Se i combattimenti non si fermeranno, decine di migliaia di famiglie potrebbero essere costrette a sfollare, facendo drammaticamente aumentare i bisogni umanitari. Ma di questo parleranno poco o niente, quasi nessuno. Del resto come ripeteva spesso Gino Strada, ogni guerra ha una costante: il 90% delle vittime sono civili che non hanno mai imbracciato un fucile e non sanno perché gli arriva in testa una bomba. Le guerre vengono dichiarate dai ricchi e potenti, che poi ci mandano a morire i figli dei poveri.

Buon venerdì.

Nella foto: Una donna con il figlio in fuga su un autobus, Sievierodonetsk, Ucraina orientale, 24 febbraio 2022

Autore, attore, scrittore, politicamente attivo. Racconto storie, sul palcoscenico, su carte e su schermo e cerco di tenere allenato il muscolo della curiosità. Quando alcuni mafiosi mi hanno dato dello “scassaminchia” ho deciso di aggiungerlo alle referenze.