Tra i referendum bocciati dalla Consulta c’è anche quello sulla legalizzazione della cannabis. Ma quali sono le basi giuridiche
di questa decisione? Davvero il quesito era “scritto” male? E soprattutto, a questo punto, come rilanciare una lotta in cui credono milioni di italiani? Ne parliamo con il costituzionalista Andrea Pertici e la portavoce di Meglio legale, Antonella Soldo

La battaglia per raggiungere il quorum non sarebbe stata semplice, ma alle urne la maggioranza degli italiani, il 67%, avrebbe votato sì al referendum sulla legalizzazione della cannabis. È quanto emerge da un recente sondaggio Swg per La7. Peccato che non si terrà alcuna votazione popolare sul tema, dopo che la Corte costituzionale la settimana scorsa ha bocciato il quesito abrogativo per cui gli attivisti del comitato promotore del referendum sulla cannabis nell’estate del 2021 avevano raccolto oltre 600mila firme, la maggior parte delle quali in formato digitale. Una doccia fredda per molti cittadini, in particolare tanti giovani, che avevano creduto nella possibilità di cambiare una normativa considerata ipocrita, criminogena e inutilmente repressiva.

In estrema sintesi: il quesito intendeva eliminare il reato di coltivazione, rimuovere le pene detentive per ogni condotta legata alla cannabis e cancellare la sanzione amministrativa del ritiro della patente. Molte sono state le motivazioni addotte a sostegno di questa riforma dai membri del comitato promotore. Meglio legale – progetto che coinvolge tra gli altri parlamentari, medici, imprenditori e avvocati, e che promuove una campagna pubblica per la legalizzazione della cannabis e la decriminalizzazione dell’uso delle altre sostanze – ne cita innanzitutto cinque. Legalizzare la canapa, dicono, avrebbe liberato il sistema giudiziario da migliaia di procedimenti inutili, fatto cadere molti tabù che ancora oggi impediscono a chi ne ha diritto di curarsi, aperto a nuove possibilità di impresa, colpito gli affari delle mafie e fatto risparmiare allo Stato fino a dieci miliardi ogni anno, tra gettito aggiuntivo dovuto alla commercializzazione del prodotto e risparmio economico su attività di polizia e del sistema giustizia (lo evidenzia una ricerca della Università di Messina).
Ma la Consulta, come ha spiegato il presidente Giuliano Amato in una inusuale conferenza stampa lo scorso 16 febbraio, ha cassato il referendum.

«Abbiamo dichiarato inammissibile il referendum, io dico, sulle “sostanze stupefacenti”, non sulla “cannabis”. Basti dire – ha dichiarato il presidente della Corte – che il quesito è articolato in tre sotto-quesiti. Il primo relativo all’articolo 73 comma 1 della legge sulla droga prevede che scompaia tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, ma la cannabis è alla tabella 2, quelle includono il papavero e la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo – ha specificato Amato – è sufficiente a farci violare obblighi internazionali plurimi che abbiamo e che sono un limite indiscutibile dei referendum. E ci porta a constatare l’inidoneità dello scopo perseguito».
In pratica, per i giudici della Consulta il quesito sarebbe scritto male, aprirebbe alla coltivazione di droghe pesanti e violerebbe il diritto internazionale. È davvero così? Per capirlo, abbiamo chiesto una replica ad…


L’articolo prosegue su Left del 25 febbraio 2022 

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