«L’emozione che ho sentito ad attraversare la Plaza de la Constitución ed entrare nel Palacio de la Moneda è profonda e ho bisogno di condividerla con voi. Siete una parte fondamentale di questo processo. Il popolo cileno è parte fondamentale di questo processo. Non staremmo qui senza le vostre mobilitazioni. Voglio che sappiate che non […]

«L’emozione che ho sentito ad attraversare la Plaza de la Constitución ed entrare nel Palacio de la Moneda è profonda e ho bisogno di condividerla con voi. Siete una parte fondamentale di questo processo. Il popolo cileno è parte fondamentale di questo processo. Non staremmo qui senza le vostre mobilitazioni. Voglio che sappiate che non siamo qui per occupare incarichi e divertirci, per generare distanze irraggiungibili. Siamo arrivati qui per dedicare corpo e anima all’impegno che ci siamo presi, per far sì che il Cile sia un paese migliore».
Queste sono le prime parole da presidente della Repubblica cilena di Gabriel Boric Font, nella giornata dell’insediamento che ha sancito definitivamente il cambio e la cesura con il passato. Migliaia di persone sono accorse per ascoltare il discorso del giovane presidente, pronunciato dal balcone della Moneda. È stata una giornata lunga, come l’attesa per questo momento. Una giornata carica di emozione e simbolismo. A cominciare con i primi incontri della mattina. Foto scattate cariche di significato, dando continuità alla narrazione simbolica che ha caratterizzato tutta la campagna elettorale e i due mesi di transizione da presidente eletto. Il primo elemento di rottura con il passato è stata la decisione di non indossare la cravatta per questa giornata storica. Di grande rilevanza sono in particolare due momenti antecedenti alla cerimonia tenutasi al Congresso: la decisione di fare colazione a Cerro Castillo con i dirigenti sociali, anziché, come è sempre stato fatto in passato, con autorità del paese. Al termine della colazione non è stata scattata la consueta foto di fronte alla facciata dell’edificio, ma tra gli alberi e le piante, sottolineando il suo compromesso con l’ambiente; l’altro incontro che ha fatto il giovane neo presidente è stato con i governatori delle regioni, per dimostrare quanto per il nuovo esecutivo sia importante la decentralizzazione dello Stato, vista dalla gran parte del Paese come aspetto fondamentale per invertire rotta.

Successivamente si è riunito con il nuovo esecutivo e dopo la foto di rito, si sono recati al Congresso per il giuramento. Boric è arrivato per ultimo, accompagnato dalla sua compagna Irina Karamanos e dalla nuova direttrice del cerimoniale, Manhai Pakarati, l’unica diplomatica del servizio estero che appartiene al popolo Rapa Nui.

La cerimonia è iniziata con qualche minuto di ritardo. Erano presenti capi di stato latinoamericani e non, alcuni leader progressisti, come Dilma Rousseff, gli esponenti del nuovo congresso e altre figure del panorama politico, sociale e religioso cileno. Boric era visibilmente emozionato: prima di firmare gli atti, ha fatto un profondo respiro. Poi ha giurato specificando che rispetterà il suo mandato costituzionale di fronte «al popolo e ai popoli del Cile», sottolineando il carattere plurinazionalista del paese andino. Si è poi passato al giuramento dei ministri e, guardandoli ha fatto un primo commento: «Sono profondamente orgoglioso di questo governo. Sono orgoglioso che sia composta da più donne che uomini. Questo lo dobbiamo al movimento femminista. Non dimentichiamoci mai, giorno dopo giorno, che lo dobbiamo al popolo cileno». La composizione del nuovo esecutivo è il primo segnale di cambiamento di questa nuova fase, per la prima volta nella storia formato da una maggioranza femminile. Non tutti i ministri e le ministre vengono dalla coalizione del Frente Amplio: alcuni dei membri sono indipendenti, altri appartengono ai partiti tradizionali del centro-sinistra. «Ci siamo impegnati a creare in un governo dei cittadini, con porte aperte, vicine e sempre dalla parte del popolo», aveva detto Boric alla presentazione, tenutasi nel parco Quinta Normal nella capitale, Santiago.

Le aspettative sono altissime e il nuovo presidente ha grandi responsabilità nei confronti del Cile: dopo le proteste del 2019 e due anni di pandemia il Paese desidera voltare pagina e rompere definitivamente con il passato. A cominciare dal governo Piñera, che ha perso progressivamente popolarità e appoggio sia per come ha gestito l’estallido social sia per le riforme che ha promulgato. Una su tutte, quella delle pensioni che nelle parole di Boric era stata pensata da Piñera per «fare del sistema previdenziale un business». In discussione non è solo quello che ha combinato il presidente uscente, ma quarant’anni di ingiustizie e disuguaglianze che hanno colpito tutte e tutti e a cui il giovane trentaseienne fa riferimento nel suo discorso: dagli «studenti indebitati» per studiare, alle «persone che non si possono permettere un trattamento sanitario» a causa di un sistema di salute privato; dai «contadini senza acqua, per siccità o saccheggio» alle «famiglie che continuano a cercare ai propri cari incarcerati e dispersi».
Come abbiamo più volte raccontato su Left tutto questo è esploso a fine del 2019. E proprio in merito alle rivolte, il primo segnale del governo entrante è stato l’annuncio del ritiro immediato di 139 cause per la legge sulla sicurezza dello Stato che colpisce le persone arrestate durante quei giorni, oltre alla formazione di un tavolo di riparazione per le vittime delle violazioni dei diritti umani. Questa misura prevede anche un rimborso alle piccole e medie imprese che hanno subito danni durante i momenti di violenza e di scontri. Una decisione che ha acceso un grande dibattito in Cile, ma che soprattutto non convince la destra, perché rischia di erodere «lo Stato di diritto». A rilanciare l’indulto è stata Camila Vallejo, ex leader delle proteste studentesche del 2011 e ora portavoce del nuovo esecutivo, che al termine della cerimonia di insediamento ha voluto sottolineare che «questa misura va inquadrata in un piano di ricostruzione di vincoli per riappacificare il Paese».

Da ieri in Cile è cominciato «un periodo di grandi sfide e di immensa responsabilità». Dal balcone del Palazza de la Moneda, come fece Allende nel 1971, Boric ha tracciato i punti cardine su cui si fonderà l’attività del nuovo esecutivo nel breve periodo. In primo luogo, il governo ha l’importante compito di «accompagnare con entusiasmo il processo costituente», sostenendo «con forza il lavoro della Convenzione», che porterà alla luce un primo testo a luglio. L’altra questione dirimente per il paese andino è la crisi migratoria. L’obiettivo dichiarato è riprendere «il controllo delle frontiere» lavorando «insieme ai paesi fratelli per affrontare collettivamente le sfide poste dall’esodo di migliaia di esseri umani». In ultimo, il giovane presidente ha avvertito che il Cile affronterà un periodo «duro e complesso», soprattutto dal punto di vista economico, causato dall’aumento dei prezzi del carburante, l’inflazione e lo spettro della stagflazione, alimentati dalla guerra che si sta combattendo in Europa.

Bisognerà attendere qualche mese per poter capire bene come il governo Boric farà fronte alle problematiche strutturali e congiunturali che affliggono il Paese. E quali compromessi saranno raggiunti per poter portare a termine le promesse fatte in campagna elettorale. La cosa certa è che sarà necessario mantenere vive le mobilitazioni, per alimentare un rapporto inedito tra nuovo esecutivo, movimenti sociali e cittadini.