Alessio Malinconico è un ragazzo di Scisciano, un comune di poche migliaia di abitanti in provincia di Napoli, impegnato con l’associazione Ya Basta – Nova Koinè, nell’assistenza a migranti e rifugiati. Fra le persone con cui collabora c’è una mediatrice culturale e colf ucraina che attende ancora una risposta alla propria richiesta di emersione dal lavoro nero presentata nel 2020. Aveva un figlio sotto i bombardamenti e non poteva uscire dall’Italia per riprenderlo. Alessio e un suo amico, Francesco, sono partiti: «Un viaggio un po’ da pazzi – si schernisce il giovane -. La zia del bambino ci ha raggiunto insieme a lui a Nadarzyn, a 20 km da Varsavia, noi lo abbiamo portato in Italia ed ora è con la madre. Nel mio Paese sono poi arrivati altri profughi e le porte si sono aperte, erano soprattutto donne con figli e l’accoglienza in famiglia è stata la prima risposta. Quando arrivano i ragazzi dai Paesi africani, o dall’Afghanistan, c’è meno disponibilità, ma, almeno loro sono in salvo». Alessio racconta che per queste persone in fuga dalla guerra non è stato possibile trovare posto all’interno del Sistema accoglienza e integrazione (il cosiddetto Sai, che ha sostituito lo Sprar), mentre gran parte dei Centri di accoglienza straordinaria nel napoletano (i Cas) sono gestiti da persone che definisce come “poco raccomandabili”: «In questi centri non vogliono gli ucraini – afferma Alessio – perché non li possono trattare come fanno con chi arriva da altri Paesi, il cui posto per dormire è subordinato a disciplina e obbedienza».
Mauro Collina dell’Associazione La villetta, di Bologna, racconta un contesto diverso. È un “veterano” delle…
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