Le metafore militari e guerresche con cui giornalisti e intellettuali si sono affrettati a descrivere l’ondata pandemica in modo del tutto non appropriato, da un giorno all’altro, sono divenute perfettamente e drammaticamente calzanti e opportune. Il nemico non è più un elemento naturale che costringe a chiuderci nelle nostre case; ma assume il volto più noto della guerra, così terribilmente umana, che quelle case ce le rade al suolo facendo fuggire nei bunker, nelle strade e in paesi lontani milioni di profughi.

Pare di essere catapultati all’improvviso nell’Europa degli anni Trenta, dopo che il mondo era stato sconvolto dalla prima Guerra mondiale e si preparava a entrare nella Seconda: stessi interessi di potenza, stessa miopia e stessa debolezza dell’Europa, stesse mire espansioniste e stessi metodi di trattativa internazionale e di sanzioni economiche. Negli anni Trenta però la ricerca sul nucleare era soltanto iniziata, ancora la bomba atomica non era stata sganciata e Hitler, Mussolini e Stalin stavano attuando i loro regimi totalitari.

Nell’era della globalizzazione post ideologica e post guerra fredda, segnata dalla fine degli Stati-Nazione, dalla crisi dell’idea di “confine”, ritornano tragicamente in primo piano questioni di nazionalismo acceso e di espansionismo territoriale, che spaccano il mondo intero di nuovo in due blocchi: Usa e Russia, Occidente e Oriente. Il teatro di guerra è la piccola Ucraina che viene utilizzata dalle super potenze per fare i propri interessi meramente economici e di egemonia. Ai tempi della guerra fredda le chiamavano “guerre per procura” ed erano combattute lontano dagli occhi di noi occidentali che ci illudevamo di vivere nell’era più pacifica di tutti i tempi.

Se gli anni Venti del XX secolo mostravano il volto del fascismo più nero che contrastava il pericolo comunista alle porte con l’idea dell’uomo forte al comando, dell’ordine e della violenza deflagrando poi nella seconda Guerra mondiale, gli anni Venti del XXI secolo mostrano i segni evidenti della crisi assoluta di quel modello economico, politico, sociale e culturale che l’Occidente ha messo in campo in maniera continuativa dagli anni Cinquanta fino a oggi. Il crollo del Muro di Berlino è stato infatti letto come una sconfitta esclusiva del modello comunista e il liberismo si è riproposto con autorità indiscussa, senza pensare che la fine della guerra fredda fosse un monito per entrambi i protagonisti.

Il Patto di Varsavia si era dissolto, ma la Nato ha continuato a sussistere e a ingrandirsi nonostante che il nemico contro cui era sorta fosse deceduto. Prima la pandemia ha manifestato in tutta la sua drammaticità le lacune di una logica liberista che considera soltanto il profitto degli interessi capitalisti, riportando al centro della scena pubblica il mondo della scuola e della sanità, ora tornati a essere fanalini di coda delle decisioni governative che stanziano soldi per armi e mezzi pesanti; in questi giorni la guerra tra Russia e Ucraina evidenzia poi che la soluzione non può essere trovata all’interno degli schemi consueti della logica occidentale che risponde alle armi con le armi.

Ciò nonostante il dibattito pubblico si è acuito e polarizzato al punto che pare non si riesca più a ragionare per tentare di condurre un’analisi seria e profonda dei limiti, delle incongruenze di linee politiche ed economiche nostrane, che invece che fermarsi e proporre soluzioni alternative sfruttano il precipitare degli eventi per serrare le fila su se stesse.La razionalità occidentale fonda la sua egemonia su un’idea di essere umano naturalmente aggressivo ed egoista e trasla quest’idea ai rapporti internazionali.

Da Hobbes a Kant, da Hegel a Freud si è sempre affermato che l’individuo, e di conseguenza gli Stati, ricercano soltanto il proprio tornaconto personale per il quale sono disposti a uccidere e ad aggredire. Soltanto la razionalità e un consesso di Nazioni, al massimo, possono tenere a freno le pulsioni violente e animali che, ciclicamente, sono pronte a uscire lungo il corso della storia. Ma l’equilibrio raggiunto sarà sempre precario perché la vera natura degli uomini è la guerra di tutti contro tutti e, qualora essa scoppi, soltanto la paura del più forte potrà tenere a bada gli aggressori.

Se questa è l’antropologia sottesa è ovvio che la ragione si riproponga come unica soluzione, una razionalità che non sa che vedere se stessa e la sua logica e che non è disposta a mettersi da parte per liberare un pensiero nuovo e diverso che non agisce per un tornaconto personale e per un utile. Avere il coraggio di rompere gli antichi schemi, di uscire dal sistema significa, per esempio, sottrarsi all’egemonia statunitense, fondando davvero un’Europa politica e culturale e non soltanto economica, in grado di contrastare il richiamo fascista al nazionalismo etnico con un’idea di Unione culturale tra le genti.

Significa mettere definitivamente da parte gli antichi organismi militari sorti quando ancora era possibile difendersi senza rischiare di far perire l’umanità intera. Tecnologia e conoscenze scientifiche sono andate avanti in maniera esponenziale: mettiamole al servizio degli esseri umani e non per distruggerli. Il XXI secolo ha questo in più rispetto al XX: che viene dopo quest’ultimo e non può dire: “Non immaginavamo…”.

L’editoriale è tratto da Left dell’8-14 aprile 2022 

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