Il fondatore di Tolo Tv, emittente che opera da vent’anni nel Paese, racconta al festival del giornalismo di Perugia la difficile convivenza con il regime di Kabul e il cambiamento che si avverte nella popolazione. «Dalle ceneri qualcosa di nuovo nascerà, i media sono il ponte con quello che verrà»

«Non si tratta tanto di stabilire se i talebani siano 2.0 o meno, è la gente dell’Afghanistan che è cambiata in questi 20 anni». A parlare è Saad Mohseni, presidente di Moby Group e soprattutto fondatore di Tolo Tv: un modello televisivo che dal 2002 ha contribuito in modo determinante alla modernizzazione del Paese. Ora Tolo, espressione di un forte gruppo editoriale con sedi anche in Asia centro-orientale, in Medio Oriente e in Africa, opera ancora in Afghanistan anche se con un difficile rapporto con i talebani. I quali non solo condizionano la programmazione, ma hanno anche di recente arrestato tre suoi dipendenti – uno dei quali torturato – dopo che l’emittente aveva messo in discussione le restrizioni sulle soap-opera. «C’è una realtà con cui dobbiamo fare i conti, un nuovo ambiente in cui dobbiamo navigare», dice Mohseni, 55 anni, figlio di un diplomatico afgano, formatosi in Australia e tornato a Kabul dopo la fine del primo governo talebano. Il manager era uno dei tanti ospiti afgani del Festival internazionale del giornalismo conclusosi il 10 aprile a Perugia, e che ha dedicato molti eventi all’Afghanistan. Tolo Tv, da parte sua, ha una sezione dedicata proprio agli attacchi che continuano contro i giornalisti nel Paese.

Anche i talebani guardavano Tolo Tv? «Certo, alcuni vedevano parte dei nostri programmi – ha detto Mohseni in uno dei suoi incontri a Perugia – e usavano le nuove tecnologie. In prigione guardavano soap opera indiane. E ancora lo fanno». Ma intanto, appunto, l’Afghanistan è cambiato: se prima la popolazione era per l’80% rurale, sottolinea, ora almeno la metà vive o ha avuto esperienze in aree urbane; la maggior parte dei giovani è scolarizzata; si è formata una nuova generazione di giornalisti e registi; le donne hanno preso coscienza dei propri diritti e molte sono pronte a difenderli.

In questi ultimi anni, racconta Mohseni, Tolo Tv ha «sempre parlato con i talebani», nonostante i sette dipendenti morti e i 18 feriti in un attacco suicida del 2016 contro il bus in cui viaggiavano, ha tentato di comprenderne le motivazioni e fatto programmi su di loro. Eppure anche a Tolo sono rimasti sorpresi dalla rapidità del loro arrivo a Kabul, troppo presto per i piani di evacuazione che pur erano pronti. «Poi sono venuti a parlare con noi, in un paio di mesi sono cominciate le restrizioni: abbiamo tolto tutta la musica e le soap opera turche, e cominciato a trasmettere più produzione locale. L’unica cosa che non è cambiata molto sono state le news, dove continuano ad esserci anche le donne, sia davanti che dietro la telecamera». Anzi, ora sono aumentate da 8 a 22 rispetto al 2021, una vera e propria presa di posizione, la definisce, nei confronti dei talebani. Con i quali, proprio sulla presenza delle donne sullo schermo e negli eventi stampa, dove talvolta sono ammesse e altre no, c’è «una strana danza: tutti cerchiamo di conoscerci a vicenda». «È vero, alcuni talebani hanno detto che ci avrebbero chiuso, ma si trattava di individui, non di istituzioni, che invece hanno dichiarato di volere che i media restino». Ma la minaccia rimane, «forse è solo questione di tempo» prima che anche Tolo debba chiudere come tanti altri media. C’è poi il problema dell’economia ferma da mesi e degli introiti pubblicitari, ma Moby Group resta, almeno per ora. E fornisce l’intrattenimento vietato sullo schermo con produzioni delle sedi estere tramite Youtube, i social media e altri supporti internet. E punta anche sui programmi educativi, non solo per le ragazze che ne sono rimaste prive, dopo la recente decisione dei talebani di non riaprire loro le scuole secondarie, ma anche per la carenza di insegnanti, molti dei quali sono fuggiti, insieme ad altri 2-300mila afgani fra i più preparati.

Quanto all’esclusione delle ragazze dalle scuole superiori, «a criticarla è stato un gruppo degli esperti religiosi più autorevoli – sottolinea Mohseni – e questo mi dà speranza: anche i più conservatori sono stati trasformati in questi 20 anni». Possono ancora prevalere i più rigidi? «Sì, possono, ma c’è anche la possibilità che continui l’attuale frammentazione del potere». Fra i talebani infatti, nonostante la compattezza sul piano ideologico, «tutti sono al potere e nessuno è al potere». Ma Mohseni si mostra ottimista: «Dalle ceneri qualcosa di nuovo nascerà, i media sono il ponte con quello che verrà». E se molti afgani sono fuggiti, «non dobbiamo dimenticare i milioni rimasti. Le donne, la società civile, sono loro che manderanno via i talebani, e non con la forza». Ma intanto ci sono opportunità per un governo più inclusivo, sottolinea, che potrebbe fondarsi sulla Loya jirga, assemblea degli anziani da centinaia di distretti. «Serve più inclusione, delle etnie, delle donne, della società civile: se i talebani non la fanno seminano per la propria distruzione futura». Ma ora i talebani, avverte, rappresentano anche «tre minacce per i Paesi vicini e l’Occidente: droga, terrorismo e profughi».

A evidenziare il rischio di un rafforzamento del terrorismo è anche Bilal Sarwary, analista e giornalista afgano che ha lavorato a lungo con i media occidentali e in particolare con la Bbc.
«Penso che il problema maggiore per i talebani sia come uscire dalla loro relazione con al Qaeda e i foreign fighters: una relazione generazionale, ideologica e storica, che ha contribuito alla trasformazione della loro insurrezione secondo il modello iracheno». Ma i talebani sono «una delle tante realtà dell’Afghanistan – aggiunge in una conversazione privata -, non li possiamo ignorare. Ho dovuto fuggire perché sono venuti a bussare alla mia porta – aggiunge il giornalista, che ora vive in Canada -. Ma se li accettiamo come una delle realtà del Paese allora possiamo arrivare da qualche altra parte». D’altronde anche i talebani devono fare molto per cambiare: devono relazionarsi meglio con i loro vicini regionali, per esempio, fra cui l’Iran, con il quale «al momento non hanno un buon rapporto». E soprattutto non hanno acquisito capacità di governo: se non lo faranno, con l’aiuto della gente esperta del Paese, «cadranno come un castello di carte». «Credo che tutti debbano lavorare con i talebani, perché se non proviamo a ridurne il potere, vedremo un altro ciclo» di scontri e guerre.

E i talebani di oggi, come sono? «Si possono dividere – risponde Sarwary – in tre gruppi: i soldati poveri dei villaggi o quelli che hanno avuto familiari uccisi negli attacchi aerei, che sono privi di ogni esperienza nel gestire ora la sicurezza; la leadership militare, influenzata da al Qaeda e dai foreign figthers. Infine, la leadership politica che sta sui social media e incontra i funzionari occidentali in Qatar: è brava sul fronte diplomatico, ma non nel governo e nell’economia».

È possibile riconoscere politicamente i talebani? «I riconoscimenti vanno fatti in un quadro inclusivo, su una strada di riconciliazione e di risanamento delle ferite, sul far ripartire l’economia, sulla coesistenza nella regione. Insomma, un riconoscimento condizionato, ma senza scadenze fissate artificialmente, che ci hanno fatto molto male. Per esempio gli Usa avrebbero potuto dire: non vi parliamo senza un cessate il fuoco, se non vi sedete a discutere con il governo in carica. Ma Biden voleva soltanto lasciare l’Afghanistan».

E cosa può fare intanto l’Occidente? Dai reporter uomini e donne presenti a Perugia, giunge un appello sintetizzabile così. «I giornalisti afgani ora sparsi nel mondo continuano a seguire quanto accade e sono professionisti capaci. I media internazionali diano loro l’opportunità di lavorare e di tenere alta l’attenzione sull’Afghanistan».