Ormai quasi non si contano più gli attacchi al 25 aprile, festa della Liberazione al nazifascismo; “festa divisiva” dicono i nostalgici del fascismo. E di nostalgici diretti e indiretti se ne contano tanti: da Berlusconi che sdoganò Alleanza nazionale a Dell’Utri che propalò il falso dei diari di Mussolini, per arrivare a Salvini che tante volte ha ammiccato al «me ne frego» di mussoliniana memoria, arrivando poi, dalla spiaggia del Papete a invocare i pieni poteri. Per non dire di Giorgia Meloni che conserva nel simbolo di Fratelli d’Italia la bara stilizzata del duce dalla quale scaturisce la fiamma tricolore, e che ne libro Io Giorgia si dichiara figlia spirituale di Giorgio Almirante.

Come ci ricorda Mimmo Franzinelli nel suo nuovo libro Il fascismo è finito il 25 aprile del 1945 (Laterza) il padre spirituale di Giorgia Meloni si impegnò 1durante il regime nella campagna antiebraica», fu «firmatario nella Rsi di bandi per la fucilazione dei renitenti alla leva e nel secondo dopoguerra» fu «dirigente del Msi in una strategia che combinava il manganello al doppiopetto, senza distanziarsi dal
fascismo».

Da questo ampio fronte di destra arriva ora l’ennesimo attacco alla memoria storica resistenziale con l’istituzione – sancita purtroppo da un ampio arco parlamentare – della giornata nazionale degli alpini, celebrando la loro pagina di storia più buia, ovvero quando furono mandati al massacro nel 1943, a sostegno dei nazisti per forzare il blocco dell’armata rossa. A questo attacco che si gioca (apparentemente) sul piano simbolico se ne aggiunge un altro ben concreto, che ha assunto i contorni di una vera e propria campagna di discredito e di delegittimazione dell’Anpi.

Questa volta non sono solo le destre in campo. L’attacco viene anche da commentatori di giornali mainstream e, persino, da esponenti del centrosinistra inorriditi perché l’Associazione nazionale dei partigiani ha lanciato un appello per fermare la guerra di aggressione di Putin all’Ucraina chiedendo di costruire la pace ricorrendo a una lotta senza armi attraverso le parole della diplomazia e della trattativa. Pietra dello scandalo – oltre al no alle armi per evitare una escalation del conflitto e salvare vite umane – è stato anche il no dell’Anpi alle bandiere della Nato in piazza il 25 aprile. Apriti cielo.

I guerrafondai che chiedono l’invio di armi in Ucraina, lasciando che siano poi gli ucraini a vedersela sul campo, hanno puntato il dito contro la dirigenza dell’Anpi, rea – secondo loro – di disconoscere l’aiuto che gli alleati ci dettero nella lotta per la Liberazione. Come se riconoscere quel fatto storico equivalesse a rendersi ciechi rispetto alla Nato, alleanza militare fondata nel 1949 (sic!) e che non vanta una storia esattamente esemplare, basti pensare alle bombe sganciate sul Kosovo. L’espansionismo della Nato, peraltro, è stato usato come scusa da Putin per giustificare il suo criminale imperialismo nazionalista nei confronti dell’Ucraina.

Quanto meno inopportuna ci è parsa anche la scelta della premier svedese Magdalena Andersson e di quella finlandese Senna Marin di avanzare proprio ora la proposta di entrare nell’Alleanza (trascurando il dissenso e il dibattito a sinistra nei loro Paesi). Colpisce che siano due donne socialdemocratiche a voler creare una barriera Nato ai confini russi, finendo proprio per assecondare le ossessioni di Putin. E ci ha lasciati ancor più “di stucco” che a decretare il riarmo della Germania sia stato il cancelliere Scholz dell’Spd. All’inizio della guerra Berlino si era distinta per un prezioso invio di presidi medici ed elmetti. Poche settimane dopo, operando una inquietante rottura storica, ha decretato un investimento di 100 miliardi in spese militari.

Anche l’Italia come è noto si è precipitata alla corsa alle armi aumentando la spesa militare fino al 2% del Pil, come richiesta Nato. Già il ministro Guerini aveva chiesto al Parlamento di portare la spesa militare annua da 25 a 38 miliardi come abbiamo documentato nei numeri scorsi di Left. Ma su tutto questo non è dato obiettare. Le ciniche ragioni delle armi e della guerra sono date come incontestabili. Anche il papa predicando la pace parla della «cainitudine» che allignerebbe nella natura umana, come fosse un destino ineluttabile. Non è così. Non ci arrendiamo a questo pensiero violento. Non è realtà umana sbranarsi gli uni gli altri, al contrario ci realizziamo nella socialità. Non è vero quello che c’è scritto nella Bibbia e che per secoli hanno ripetuto tanti pensatori, da Hobbes a Kant a Freud e Heidegger…

Ne ha scritto su Left splendidamente lo psichiatra Fernando Panzera parlando della naturale socialità dei bambini, approfondendo con gli strumenti della moderna psichiatria una antropologia che è ben diversa da quella che traspare dalle parole dei principali commentatori sui media nostrani, che additano come visionario (o peggio) chiunque cerchi il modo di far cessare la guerra senza passare per le armi. La guerra non è mai uno strumento di risoluzione dei conflitti, come dice l’articolo 11 della nostra Costituzione. Perché non cercare di opporre alla violenza la forza non distruttiva della trattativa, della diplomazia coinvolgendo l’Onu (riformata e democratizzata) costruendo una conferenza internazionale di pace sul modello di Helsinki 1975? Costruire la pace attraverso gli strumenti della nonviolenza, del disarmo unitario, della resistenza attiva, della costruzione di corpi civili di pace è la proposta dal basso di movimenti internazionali tra cui la Rete per la pace e il disarmo.

Per capire a che punto siamo, per andare in profondità nella ricerca delle soluzioni ci serve la forza dello studio della storia come scrive su questo Left uno studioso come Eric Gobetti; serve la forza della testimonianza e della memoria come quella di un grande partigiano come Carlo Smuraglia, presidente emerito dell’Anpi, che arricchisce questo numero della rivista con importanti riflessioni; serve il lavoro dei sindacati, della politica di sinistra; serve la partecipazione attiva di tutti noi per difendere i valori dell’antifascismo e della lotta per la Liberazione.

L’editoriale è tratto da Left del 22-28 aprile 2022 

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