L’aggressione della Russia all’Ucraina «ha rimesso in discussione la più grande conquista della Ue: la pace nel nostro continente. Una pace basata sul rispetto dei confini territoriali, dello stato di diritto, della sovranità democratica; sull’uso della diplomazia come mezzo di risoluzione delle controversie tra Stati», ha detto il presidente del Consiglio Mario Draghi intervenendo in plenaria al Parlamento europeo. Tratteggiando il volto di un’Europa pronta ad aprirsi a Paesi che manifestano aspirazioni europee, dall’Albania alla Macedonia del Nord con cui si aprono i negoziati, fino all’Ucraina che dovrà affrontare i vari step: «Non rappresentano una minaccia per la tenuta del progetto europeo. Ma sono parte della sua realizzazione. L’integrazione è l’alleato migliore».

Draghi ha aggiunto che «la solidarietà mostrata verso i rifugiati ucraini deve spingerci verso una gestione davvero europea anche dei migranti che arrivano da altri contesti di guerra e sfruttamento, superando la logica del Trattato di Dublino». Certo, non ha parlato di accoglienza, ha parlato di gestione. Ha parlato della necessità di rafforzare canali legali di ingresso in Europa, ma anche di rafforzare gli accordi di rimpatrio, misura assai iniqua e lesiva di diritti umani. All’indomani delle dimissioni di Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, accusato di aver coperto respingimenti illegali, una misura giusta e democratica sarebbe abolire questa famigerata agenzia Ue delle frontiere esterne, come scrive Galieni su questo numero di Left. E smettere di foraggiare autocrati come Erdoğan e sedicenti guardie costiere libiche perché, con ogni mezzo, comprese violenze, stupri e torture, impediscano ai migranti di arrivare in Europa.

Solo fermando queste violazioni di diritti umani troverebbero un riscontro concreto le parole di Draghi quando auspica «maggiore attenzione al Mediterraneo. E non come un’area di confine, su cui ergere barriere». Anche di questi temi discuterà con gli altri capi di Stato e di governo il 30 e 31 maggio al Consiglio straordinario di Bruxelles. Ma parlerà anche di costruzione della pace, di cui l’affermazione dei diritti è il più solido pilastro. Per costruire la pace in Ucraina l’Europa non ha fatto abbastanza, trovandosi unita nell’inviare armi, ma divisa sulle sanzioni alla Russia. La contraddizione bruciante è sempre quella: da un lato armiamo gli aggrediti dall’altro paghiamo il gas a Putin che li aggredisce. Molto poco ha fatto la Ue finora sul piano diplomatico per arrivare a un cessate il fuoco e una pace negoziata, in cui ciascuna delle due parti trovi una via d’uscita accettabile. In vista del 9 maggio, giornata della vittoria contro la Germania nazista per Mosca, ma anche festa dell’Europa, Putin, minaccia la guerra totale (con armi tattiche nucleari? Scatenando l’offensiva sul campo? Per via cibernetica?).

L’escalation verbale e militare degli angloamericani non fa che peggiorare le cose, avvicinando lo spettro di una terza guerra mondiale. L’Europa intervenga per fermarli prima che sia troppo tardi. Tante volte abbiamo scritto su Left con esperti, di ciò che potrebbe fare l’Ue nel sollecitare la mediazione della Cina; tante volte abbiamo sollecitato la costruzione di una conferenza di pace, sul modello di quella che si svolse a Helsinki del 1975, di cui ha parlato anche il presidente Mattarella. Il decalogo uscito da quegli accordi parlava di ripudio dell’uso della forza e delle minacce, di inviolabilità delle frontiere, di integrità territoriale degli Stati, di risoluzione pacifica delle controversie, di non ingerenza, di rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, di uguaglianza dei diritti ed autodeterminazione dei popoli, di cooperazione fra gli Stati, di rispetto del diritto internazionale. Principi violati in Ucraina e che devono essere immediatamente ripristinati.

La conferenza di Helsinki affermò che le frontiere possono essere cambiate solo secondo il diritto internazionale e tramite accordi e mezzi pacifici. Alla fine della Guerra fredda, la Carta di Parigi per una nuova Europa nel 1990 riaffermò quel principio. «L’inviolabilità delle frontiere è diventato un principio incontestato dell’ordine internazionale, un principio dotato di una forza sia ideale sia pratica inimmaginabile nell’Ottocento», scrive Pino Arlacchi in Contro la paura (Chiarelettere). «Delle 119 guerre tra Stati avvenute tra il 1648 e il 1945 ben 93 guerre, il 78,1%, hanno avuto a che fare con controversie di natura territoriale. La proposizione secondo cui uno Stato che emerge vittorioso da una guerra ha diritto al governo di territori acquisiti con la forza è stato un principio importante del diritto internazionale fino ai primi anni del Novecento. Il diritto di conquista era il diritto del vincitore, nonché l’espressione di un’idea profondamente radicata nell’esperienza occidentale: quella che la forza abbia il potere di creare legalità e moralità».

I Paesi riuniti alla conferenza di Helsinki fra i quali anche l’Urss ripudiarono quella logica della forza e della sopraffazione. Putin oggi ci ha riportato indietro nel tempo facendo strage di civili ucraini, seminando distruzione, puntando ad annettere territori che in un delirante progetto di ricostruzione della Grande Russia, sarebbero sue colonie. Erede in questo degli zar e di Stalin. Immemore della rivoluzione russa. Come ci ricorda Arlacchi, uno dei primi atti del governo bolscevico provvisorio russo fu il completo abbandono del diritto di conquista con l’annuncio, il 10 aprile 1917, che «la libera Russia non cerca di dominare le altre nazioni, non cerca di deprivarle del loro patrimonio nazionale, e non cerca di occupare con la forza territori stranieri; il suo scopo è di stabilire una pace duratura sulla base del diritto delle nazioni di decidere il proprio destino».

L’editoriale è tratto da Left del 6 maggio 2022 

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