Realizzare gli investimenti del Pnrr, rinnovare i contratti, istituire un salario minimo. Sono
le tre direttrici da seguire secondo l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano per evitare
che i lavoratori italiani vengano schiacciati da una crisi che potrebbe tramutarsi in recessione

«Nel mese di marzo, secondo l’Istat, rispetto a febbraio cresce l’occupazione in Italia sia per i contratti a termine che per quelli a tempo indeterminato. Per questi ultimi, ed è una novità, il valore assoluto è molto superiore ai primi, +103mila rispetto a +16mila. Un buon segno? Sicuramente sì dopo due anni di pandemia caratterizzati, nella ripresa del 2021, dalla crescita del lavoro temporaneo. Eppure è un dato che ora deve fare i conti con le conseguenze della guerra in corso in Ucraina e con un fenomeno, le great resignation – ossia le grandi dimissioni (v. inchiesta a pag 6, ndr) -. che inizia a farsi sentire anche in Italia, a causa delle cattive condizioni di lavoro e dei bassi salari. Siamo di fronte all’ennesimo bivio: mettere in atto le misure per contrastare l’aumento dell’inflazione e la crisi che la guerra si porta dietro tutelando i settori più colpiti e dunque i lavoratori più esposti, o rischiare tensioni sociali che sarebbe bene non sottovalutare». Secondo l’ex ministro Cesare Damiano, oggi consulente del ministro del Lavoro Andrea Orlando, il rischio concreto è quello di una vera e propria recessione economica se non si corre ai ripari.

Damiano, partiamo dal dato dell’occupazione che nello scorso marzo ha segnato un piccolo record: crescono i contratti sia a termine che permanenti. E nello stesso tempo crescono le dimissioni.
I dati Istat di marzo sull’occupazione segnalano un andamento positivo. Crescono ancora di 19mila unità, rispetto al mese precedente, i lavoratori dipendenti a termine, che raggiungono quota 3,2 milioni circa, il livello più alto dal 1977, ma crescono ancor più in valori assoluti i lavoratori dipendenti permanenti, che sono 14,9 milioni, con un aumento rispetto a febbraio di 103mila unità. La novità consiste nel fatto che a marzo l’aumento occupazionale è di gran lunga riferibile al lavoro stabile, a differenza di quanto è capitato da un anno a questa parte. Infatti, pur essendo il lavoro a termine appena il 17% del totale dell’occupazione dipendente, se calcoliamo l’aumento occupazionale nel periodo tra marzo 2021 e marzo 2020 abbiamo un aumento dei contratti a termine di 430mila unità e dei contratti permanenti di appena 312mila unità: i primi rappresentano il 58% del totale. Ci auguriamo che questo andamento finalmente si interrompa passando a vantaggio del lavoro stabile.

Ma c’è anche chi dice “basta” e si rimette in gioco.
Secondo i dati del…

L’intervista prosegue su Left del 27 maggio 2022 

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